Il Giorno della Memoria

«La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

E’ questo il primo articolo della legge che nel 2000 ha istituito il Giorno della Memoria.

Il 27 gennaio è il giorno in cui, nel 1945, le truppe sovietiche dell’Armata Rossa, nel corso dell’offensiva in direzione di Berlino, arrivarono presso la città polacca di Oświęcim, in tedesco Auschwitz, scoprendo il campo di concentramento e liberandone i superstiti. La scoperta di Auschwitz e le testimonianze dei sopravvissuti rivelarono compiutamente per la prima volta al mondo l’orrore del genocidio nazista.

Il Giorno della Memoria si celebra in molte nazioni oltre all’Italia e anche dall’ONU, in seguito a una risoluzione del 2005.

Ogni anno in tutta Italia vengono organizzati eventi di ogni tipo per ricordare uno dei più grandi crimini nella storia dell’umanità.

Eccone alcuni esempi.

Al Museo Diffuso della Resistenza di Torino saranno esposte per la prima volta nella mostra “Qui non ci sono bambini… Infanzia e deportazione” le riproduzioni di 50 dei 79 disegni realizzati dal giovanissimo Thomas Geve subito dopo la liberazione dal Lager.
Thomas Geve aveva tredici anni quando, nel 1943, fu internato ad Auschwitz insieme alla madre, che morì nel campo. Assegnato ai lavori forzati, Thomas sopravvisse; fu trasferito a Gross-Rosen e poi a Buchenwald, dove fu liberato nell’aprile 1945. 
Il titolo della mostra nasce dal tragico destino dei bambini nei campi di sterminio: una volta arrivati venivano mandati alle camere a gas e potevano salvarsi solo se apparivano più grandi della loro età o se mentivano, per essere inclusi tra gli adulti idonei al lavoro. Thomas Geve si salvò perché venne destinato a imparare il mestiere di muratore.
I suoi disegni rappresentano una testimonianza straordinaria per la lucidità con la quale un ragazzino di 15 anni è riuscito a rappresentare la realtà del Lager, descrivendo l’orrore che ha vissuto in tenera età. 
I disegni originali sono conservati a Gerusalemme presso il Museo Yad Vashem (Ente nazionale per la memoria degli eroi e dei martiri della Shoah) e non sono trasportabili a causa della fragilità della carta.

Al Teatro Garage di Genova andrà in scena lo spettacolo Il Giorno della Memoria attraverso Mendeleev, che conduce lo spettatore nella personalissima galleria dei ricordi di Primo Levi attraverso i componenti costitutivi della materia, gli elementi chimici.
Levi fu uno dei pochi sopravvissuti del campo di concentramento di Auschwitz anche grazie alle competenze acquisite con la laurea in chimica, ottenuta a pieni voti presso l’Università di Torino.
Durante il percorso accademico, nel periodo della prigionia e nella seguente fase della vita in cui esercitò la professione del chimico, Primo Levi sistemò inconsciamente dei “segnalibri emozionali” che a posteriori utilizzerà per dare forma al libro intitolato Il Sistema Periodico. Ogni segnalibro venne codificato dallo stesso autore attraverso i nomi degli elementi chimici a lui più familiari. Ogni elemento rappresenta e richiama più o meno direttamente non solo un’esperienza vissuta ma un agglomerato di emozioni e desideri che da essa deriva.
“Ferro”, “Zinco”, “Vanadio”, “Mercurio” sono solo alcuni degli elementi che danno il titolo ai singoli racconti del libro edito nel 1975 da Einaudi.
L’aspetto inusitato è l’accostamento tra il testo e la musica che verrà proposta.  Al lettore, che svolgerà la funzione di guida per lo spettatore, si affiancheranno un clarinettista, un pianista e un violinista. Il genere musicale preponderante sarà il Klezmer, la musica degli ebrei europei.

A Napoli il 27 e 28 gennaio sarà possibile visitare con una guida il Tunnel Borbonico. Una visita guidata teatralizzata per scoprire quelli che furono i ricoveri che ospitarono e nascosero gli ebrei nel periodo della deportazione. Per informazioni e prenotazioni: 339.7020849 – 334.6227785

Sul sito del Ministero dei Beni Culturali, poi è possibile scoprire tutte le iniziative del Ministero.

Per conoscere i dettagli di queste e di molte altre iniziative, vi invitiamo a visitare la raccolta di link che abbiamo realizzato.

SE LA MAFIA E’ UN’IMPRESA, QUAL E’ IL SUO BRAND?

“E’ sempre più potente”.
Bianca La Rocca, curatrice del rapporto “Le mani della criminalità sulle imprese” per Sos Impresa, non ha dubbi: la mafia è sempre più forte. “Condiziona il mercato, fa i suoi prezzi e butta fuori i concorrenti. Ha una liquidità di 65 miliardi di euro, è la prima banca d’Italia”. La struttura dei clan è quella di una moderna impresa: “Sono come holding company. C’è la manovalanza, che è l’ala militare, e poi c’è il mafioso capo d’azienda”.  I settori in cui investono di più sono “edilizia, autotrasporti, rifiuti. Ma anche turismo e ristorazione”. Sull’espansione al Nord: “Lì si camuffano meglio. Ed è lì che mettono il denaro”.
I metodi di azione “si spostano sempre di più dall’estorsione all’usura. Gli imprenditori o i commercianti spesso la vedono come un’assicurazione privata”. Sul ruolo delle donne: “Sono portatrici della memoria. Insegnano la vendetta ai propri figli”. Come difendersi? “Non commettere l’errore di Libero Grassi, cioè restare da soli”. Ma lo Stato “non fa abbastanza. Bisogna ripristinare i fondi per il risarcimento delle vittime”. E sulle banche: “I protocolli d’intesa restano sempre sulla carta. In un momento di crisi i banchieri non stanno a guardare da dove arrivano i soldi”.
L’INTERVISTA
Gennaio 2012. Quanto è potente la mafia in Italia?
“E’ potentissima e lo è sempre di più. In questo momento i più potenti sono la ‘ndrangheta e il clan dei Casalesi. Entrambe le organizzazioni hanno in mano la quasi totalità del traffico di cocaina e di stupefacenti. Sono influentissime anche a livello mondiale, tanto che l’Onule ha messe nell’elenco dei gruppi criminali più pericolosi del mondo. Hanno una massa di denaro enorme, che possono spostare su tutto il continente”.
E’ curioso che queste organizzazioni siano così ricche mentre i territori dove operano sono molto poveri…
“Certo, e i clan incidono fortemente su questa povertà. Prendiamo la Calabria: è la regione con il pil più basso dell’intera Europa. Però in un piccolo paese come Locri operano alcuni dei clan della ‘ndrnagheta più potenti del mondo. A prima vista sembra una contraddizione ma non lo è. Poi naturalmente questi clan hanno bisogno di investire il denaro. Noi abbiamo stimato che le organizzazioni mafiose hanno in liquidità qualcosa come 65 miliardi di euro. Una somma che nessuna banca ha nelle sue casseforti. E i soldi sono investiti in vari modi, in parte per riciclare e in parte per produrre altra ricchezza. Tutta questa situazione si è creata per una serie di fattori economici e sociali ma anche per le collusioni con il mondo politico, è del tutto evidente”.
Si può parlare di mafia imprenditrice?
“Certamente sì. Il clan è un’impresa a tutti gli effetti, strutturato come un’azienda. Al suo interno ci sono gli affiliati, che sono l’ala militare e la bassa manovalanza che si occupa delle estorsioni, delle rapine e degli omicidi. Ma poi c’è anche l’imprenditore mafioso, che sta sul mercato con la propria impresa, ovviamente occultato sotto prestanome. E compete sul mercato, riuscendo spesso anche a dirigerlo, determinando anche i prezzi. Succede per esempio nel mercato ortofrutticolo. Quando un mercato è di un clan, l’organizzazione alza i prezzi perché non hanno rivali e i clienti sono costretti a pagare anche il 30% in più per un prodotto. Quando invece in un mercato ci devono ancora entrare, abbassano i prezzi in maniera talmente forte da espellere i competitor dal mercato e impadronirsene”.
Quali sono i settori nei quali la mafia investe di più?
“Da anni al primo posto degli investimenti mafiosi c’è l’edilizia in tutte le sue parti. Subito dopo gli autotrasporti, le energie e i rifiuti, il commercio, le aziende agricole. Ma anche turismo e ristorazione”.
Nel vostro rapporto rendete conto del crescente ruolo dell’usura a scapito dell’estorsione. Come mai questa evoluzione del sistema mafioso?
“L’estorsione è un reato che comporta rischi molto forti e che si può svolgere solo in alcune zone del Paese. Chiedere il pizzo in Calabria, Sicilia e Campania fa parte anche un po’ del costume culturale della regione. Altrove non è così ed è più difficile agire sul territorio. L’usura permette di eliminare i rischi, innanzitutto perché l’usuraio viene ricercato dalla vittima. Vittima che è quasi sempre un imprenditore o un commerciante che sta attraversando un periodo di forte crisi economica. La mafia ha una liquidità interminabile e quindi può sobbarcarsi prestiti enormi. E per l’usura le denunce sono molto basse. Si crea un rapporto di complicità tra vittima e usuraio, tanto che poi spesso i clan riescono a entrare in azienda e accaparrarsi tutto. L’usura comporta meno rischi per le mafie ma è molto più pericolosa per il mercato libero”.
Gli usurai sono sempre mafiosi?
“No, ci sono anche gli usurai dalla faccia pulita, come li chiamiamo noi. Sono cittadini al di sopra di ogni sospetto, spesso commercialisti che sanno come stanno le cose in un’azienda. E’ questa la cosiddetta usura in giacca e cravatta”.
Quali conseguenze ci sono sul mondo del lavoro?
“Abbiamo stimato che ogni giorno chiudono 50 aziende. Questo significa che si mettono in mezzo alla strada padri di famiglia. I piccoli commercianti sono quasi sempre un un nucleo familiare che si regge su quell’attività e la loro vita viene distrutta. Il mercato del lavoro è inquinato da del denaro sporco che non permette all’imprenditore che agisce in legalità di competere. Un conto è avere disponibile una montagna di denaro liquido come la mafia. Un conto invece è dover chiedere prestiti alle banche quando i rubinetti sono chiusi, come in questo momento. Chi agisce correttamente ha un grosso handicap”.
A proposito di banche, in un momento di crisi economica come questo non rischia di venire meno il controllo delle banche sulla provenienza del denaro?
“Sulla carta no. Sono stati firmati decine di protocolli d’intesa da banche, associazioni di commercianti, imprenditoria e confindustria. Come diciamo spesso siamo però rimasti alle carte bollate, nel senso che il giorno dopo poi nessun direttore di banca ha messo in atto le direttive di quei protocolli. La legge esiste, le operazioni sospette dovrebbero essere segnalate. Secondo la Guardia di finanza ogni anno vengono segnalate 10-15 mila operazioni sospette. Ma solo una minima percentuale riesce a essere controllata, percHè ci sono pochi uomini e mezzi a disposizione. Ci sono state anche situazioni paradossali, con persone che che risultavano cassa integrate e poi avevano una movimentazione bancaria di 100 assegni al mese. E il direttore in questione dice che non si è mai accorto di nulla. Come si dice, pecunia non olet, e quindi i direttori magari non stanno tanto a chiedersi da dove arrivano i soldi che ricevono”.
Se la mafia è un’impresa, qual è il suo brand?
“La mafia ha un logo ormai noto. Poi qualche volta capita che gli imprenditori coinvolti nell’usura davvero non sappiano chi hanno di fronte e accettano di collaborare con loro perché vedono semplicemente qualcuno che può investire. Altre volte invece sanno benissimo che di fronte hanno un membro della camorra o della ‘ndrnagheta. Un imprenditore recentemente ha detto: ‘Nel momento in cui sono entrato in accordi con lui a me sono spariti gli attentati e i furti. Quindi l’ho presa come se pagassi un’assicurazione privata’. Non è raro che un imprenditore trovi conveniente accordarsi con il potere criminale”.
E’ vero che le organizzazioni mafiose si stanno diffondendo fortemente al Nord?
“Sicuramente sì. I clan nascono al Sud, ma il meridione è povero. Le terre ricche sono al Nord ed è lì che è anche più facile camuffarsi”.
In molti sostengono che il ruolo delle donne nelle organizzazioni mafiose, soprattutto la ‘ndrangheta, sia sempre più importante, anche operativo. E’ vero?
“Qui mi fa litigare con degli amici. Nella ‘ndrangheta la donna ha storicamente un ruolo di portatrice della memoria, questo è vero. E’ la madre che insegna ai figli di dover vendicare una morte o un’uccisione, anche perché le faide si sviluppano anche nel corso di 40-50 anni. La strage di Duisburg, a quanto pare, è stata comandata da una donna. Però per me questo non significa avere più potere operativo. Sì, ci sono donne che fanno estorsioni, ma sono poche. Le donne sono il 3% delle persone arrestate per mafia. Quindi si può dire tutto tranne che il potere mafioso sta passando nelle loro mani. Anzi, vorrei sottolineare che sono moltissime le donne che decidono di collaborare contro la giustizia mettendosi contro la famiglia. E per questo, molto spesso, pagano con la vita”.
Come possono difendersi gli imprenditori e i commercianti colpiti da estorsione e usura?
“Unendosi agli altri. Tanto più adesso che ci sono organizzazioni antiracket che funzionano molto bene. Non bisogna rimanere da soli, è quella la cosa peggiore. Ed è stato anche l’errore di Libero Grassi. Restare solo. Ma ora sono stati fatti passi avanti e nessuno nega più il problema”.
Lo Stato fa abbastanza per combattere le mafie?
“No. Innanzitutto la giustizia dovrebbe sburocratizzare i processi di risarcimento delle vittime. Dalla denuncia della vittima al momento del risarcimento passano anni. C’è un caso paradossale di un imprenditore la cui domanda di risarcimento è stata presa in esame ora. Peccato che si sia suicidato quattro anni fa. Sulla carta leggi 44 e 108 sono ottime, ma i tempi sono lentissimi. Senza contare la crisi economica e i tagli di Tremonti che hanno portato al non rifinanziamento del fondo per il risarcimento delle vittime. Questo ovviamente deprime chi ha intenzione di denunciare perché spesso quando lo si fa si arriva in condizioni disastrose con aziende sull’orlo del fallimento. C’è gente che non ha manco i soldi per mangiare…”
C’è il rischio che il potere dello Stato sia solo formale e venga meno la sovranità del popolo su quello che accade sul territorio?
“In Italia la democrazia regge. Negli ultimi mesi ci sono stati tanti arresti di famosi latitanti. L’ala militare delle organizzazioni mafiose è stata duramente colpita. Certo che però in un momento di crisi economica si rischia di far aumentare il potere dei clan. E per questo servono una serie di meccanismi di controllo. E che tutti i cittadini onesti siano uniti contro questo potere”.

di Lorenzo Lamperti – Affaritaliani

I TRUCCHI PER EVITARE LE STANGATE DEL FISCO

Come Resistere ad Equitalia? Non è una provocazione ma il titolo di un libro scritto dalla giornalista Elena G.Polidori che fa il punto sulle centinaia di storie dei tartassati del Fisco. Vittime degli esattori e indirettamente degli evasori. Grazie al nuovo elenco di armi messe a disposizione dell’Agenzia delle Entrate, infatti, il braccio operativo del fisco si è trasformato in una macchina da guerra che si abbatte sui piccoli contribuenti divenendo così il loro peggiore incubo anziché garantire un servizio ai cittadini. Questo il punto di vista del libro, edito da Aliberti editore, che si propone di offrire alcuni consigli di autodifesa legale dalla scure del Fisco.

Trentamila accertamenti sintetici, un milione e 60 mila preavvisi di fermo, 557 mila fermi, 135 mila ipoteche che si aggiungono alle 450 mila ancora in corso, 11 mila pignoramenti immobiliari, sono i numeri dell’evasione italiana, secondo gli ultimi dati disponibili della riscossione per l’anno 2010.

Il vademecum di Elena Polidori narra storie di appartamenti pignorati all’insaputa dei proprietari perché la società, peraltro, sostiene di non avere l’obbligo di comunicazione. Ci sono casi di persone che hanno subito il pignoramento della casa per via di debiti assolutamente irrisori. Sebbene nel 2010 la Cassazione abbia stabilito l’impossibilità di procedere a pignoramenti per somme inferiori agli 8000 euro. Ecco in sintesi alcune strategie di base contenute nel manuale:

Cartelle esattoriali e accertamenti esecutivi. Quanto arrivano a casa bisogna per prima cosa chiedere la sospensione che può avvenire per via giudiziale,a mministrativa e in alcuni casi dall’agente della riscossione.

Autotutela. Nel caso di cartelle pazze procedere immediatamente con un’istanza di autotutela che non sospende i termini per il ricorso: se non interviene lo sgravio della cartella entro 30 giorni, occorre procedere con il ricorso in commissione tributaria per evitare che il titolo diventi definitivo.

Ipoteca sulla prima casa. Se il debito è inferiore a 20.000 euro, l’immobile è adibito a prima casa. Se la somma è contestata in giudizio, non può essere iscritta ipoteca. Se è in corso un’esecuzione possono essere usate solo le normali procedure di opposizione, ma che difficilmente portano alla sospensione della vendita.

Centrale rischi. Dal 1 ottobre 2011, nel termine di 60 giorni dalla notifica senza opposizione e degli ulteriori 180 giorni prima dell’esecuzione forzata, non si esclude che si possa comunque iscrivere ipoteca con comunicazione alla Centrale rischi della Banca d’Italia, con evidenti conseguenze pregiudizievoli per gli imprenditori che hanno degli affidamenti in corso con gli istituti di credito.

Enti locali. Dal 1 gennaio 2012 sono gli stessi Comuni a procedere alla riscossione delle loro entrate tributarie e patrimoniali. I Comuni potranno procedere mediante riscossione spontanea e riscossione coattiva.

Ganasce fiscali. La Legge n. 106/2011 introduce una novità sull’esonero del contribuente dalle spese di cancellazione del fermo. L’articolo 7, comma 2, lettera gg-octies della Legge n. 106/2011, infatti, prevede che “in caso di cancellazione del fermo amministrativo iscritto sui beni mobili il debitore non è tenuto al pagamento di spese né all’agente della riscossione né al pubblico registro automobilistico gestito dall’Automobile Club d’Italia”.

Fonte: Blitz Quotidiano

L’ORGOGLIO DI DON ABBONDIO – L’impresa vista dai perdenti

Poesie, sogni, desideri impalpabili come un pomeriggio di sole scelto appositamente per dare le dimissioni, senza immalinconirsi troppo. Tempo coraggiosamente negato ad un lavoro che non si condivide e tempo che si vorrebbe dedicate al lavoro senza speranze di successo. Tempo che ci si accorge di aver perso per strada, la testa che gira a vuoto, ansie ed incubi.

Questa è L’impresa vista dai perdenti di Pier Luigi Celli, il quale, dopo aver raccontato il lavoro dal punto di vita di chi fa carriera seguendo la spietata logica del “mors tua, vita mea”, lancia ora un’occhiata indietro guardando il lavoro con gli occhi di chi non scalerà mai le vette del potere, pur avendo un curriculum eccezionale, a causa della usa incapacità di inserirsi nella sofisticata economia dei rapporti aziendali, densi di apparenza e di freddo pragmatismo.

Ventisei brevi racconti che sfiorano registri letterari differenti. Si passa lievemente dai toni lirici riservati al ricordo della figura paterna e dei suoi silenzi, che ora si sentono più di mille urla, a quelli comici e romaneschi che riguardano lo scassinatore Franchino di Torre Spaccata, sino a quelli quasi grotteschi che mostrano l’ascesa dell’aspirante manager, l’ipocrisia si alcune politiche aziendali o di parte del clero. Quest’ultimo appare esposto alle correnti, incapace di assolvere a quella funzione di punto di riferimento che la nostra cultura occidentale tradizionalmente ci assegna da secoli, soprattutto nei momenti storici più delicati. Così il padre confessore, di fronte alla giovane donna che si reca da lui per avere condiglio, chiedendogli se deve cedere alle lusinghe del suo capo per non perdere il posto di lavoro, può inaspettatamente rispondere: “Potrebbe suonare male ma ecco… una trasgressione della carne…cosa vuole, siamo così deboli…si dimentica. Non fa male ad altri”.

Un mosaico di vite umane costruito con elegante ironia in cui le amarezze di mescolano all’amore per la vita, il disagio profondo e il vuoto di passioni affievoliscono l’impeto della giovinezza. Un libro che invita a tirar fuori la tesata dalla sabbia e a guardare lontano, con maggiore pazienza ma meno rassegnazione, iniziando davvero a comabattere e a dire no se è possibile, perché “anche Don Abbondio talvolta ha un soprassalto di orgoglio”

di Chiara Coco per “Il Futurista”

UN GIUDICE A PALERMO. Nino Di Matteo pm dell’inchiesta sulla trattativa Stato-Cosa nostra, nel suo diario di magistrato fa un bilancio della lotta alla mafia con toni preoccupati

Salvo Palazzolo firma per La Republica Palermo un’intervista al magistrato Nino Di Matteo autore di “Assedio alla toga”
Per leggere il servizio clicca sull’immagine e ingrandisci.

I prossimi appuntamenti di Nino Di Matteo

27 gennaio ore 17.30 – Palermo – Facoltà di Giurisprudenza – Presentazione di “Assedio alla toga” organizzata dal gruppo Resistenza Antimafia. Intervengono Nino Di Matteo e Loris Mazzetti.

17 febbraio ore 18.30 – Bari – Megastore Feltrinelli. Intervengono Nino Di Matteo e il giornalista Mario Valentino («La Repubblica ed. Bari»)

7 marzo ore 20.30 Taneto di Gattatico (Re) circolo Fuoriorario.

19 marzo Catania, Feltrinelli. Intervengono Nino Di Matteo, il giudice Sebastiano Ardita e Francesco Viviano («La Repubblica»)