Una vendetta perversa, la scoperta di piaceri sporchi e proibiti a condire un ero-thriller

di Valeria Merlini per Panorama

“Lui continuava a toccarla e ad accarezzarla e lei non riusciva a opporre la minima resistenza. La sua mente le urlava di alzarsi, di fuggire, di andarsene, ma il suo corpo non riusciva a rinunciare a quel piacere che lui le stava imponendo. E fu così che lei si ritrovò a essere cera molle tra le sue mani e lui la plasmò e la modellò attraverso una scoperta del piacere del corpo che lei non si era mai permessa di provare. E da quel momento Perla fu sua”.
Quando inizierete a leggere le pagine di questo secondo romanzo di Sonia Rottichieri rimarrete avvolti e avvinghiati nella storia senza capire il perché e il come ci siete finiti. Ma come, avevate deciso di dedicarvi a una lettura leggera sotto l’ombrellone e invece…
Qui le incursioni negli incubi, nei sogni o nella realtà che la protagonista vive sono claustrofobiche e devono far immergere nella quotidianità opprimente che Perla vive. Perla, nome della protagonista e titolo del romanzo (Aliberti editore ). Perla come una pietra preziosa.
“Perla è sempre stata un’anima dolce e tranquilla… il nome che le abbiamo dato rispecchia la sua personalità: rara come una perla, dolce come una lacrima, pulita ma anche fragile e delicata come un fiocco di neve che si può sciogliere appena tocca la terra sporca”.
Perla è la discendente di una facoltosa famiglia di gioiellieri di una non precisata città italiana. Viziata, superprotetta e coccolata, prende una posizione nella sua vita solo quando si tratta di sposare Alberto. Un uomo che la ama solo per quello che rappresenta, ma che avrà modo di cambiare prospettiva sulla moglie e sulla famiglia.
“Perla si sentiva così: da sola senza il sostegno di suo padre, sua madre o di suo marito era solo un’inutile pietra e acquistava valore solo in funzione del ruolo che interpretava per loro”.
L’incontro con un uomo misterioso e una donna sfuggente la porteranno in un vortice di sesso estremo e sconosciuto, facendole provare sensazioni in cui distinguere tra realtà e immaginazione sarà quasi impossibile.
“Perla assecondava i movimenti dell’uomo, mentre le mani e la lingua che giocavano tra le sue gambe la portavano sempre più vicina all’orgasmo. E più si avvicinava più provava ripugnanza verso ciò che stava facendo, rendendosi conto che si stava sottomettendo a qualcosa che per lei era immorale solo per arrivare a provare piacere”.
La storia narrata ha note perverse ed erotiche che la rendono solo apparentemente un libro erotico, con uno sfondo psicologico in cui la mente gioca un ruolo fondamentale. Quello di Perla è un percorso attraverso se stessa e i suoi peggiori incubi. Rimossi o dimenticati.
“Non sarà più l’ingenua principessa protetta da tutti, ma dopo aver provato il vero piacere continuerà a cercarlo e sarà finalmente corrotta”.
Godremo e soffriremo con Perla perché non è mai stata preparata a combattere la malignità, la cattiveria e la malafede con le armi giuste: le armi che si forgiano dal confronto quotidiano con tutto ciò che di sporco esiste al mondo.
Sonia Rottichieri delinea tutti i suoi personaggi con una minuziosa mania dei dettagli e mentre lo leggevo io già mi immaginavo seduta in un cinema a luci spente intenta a scoprire l’evolversi della storia…
Perla – Il desiderio e la colpa 
di Sonia Rottichieri
Aliberti editore, 2013
240 pagg., 15 euro

Bilderberg: di cosa discutono gli uomini che comandano il mondo

Il seguente estratto dal saggio Club Bilderberg. Gli uomini che comandano il mondo di Domanico Moro ripercorre i temi trattati durante gli incontri avvenuti dalla metà degli anni Cinquanta ad oggi.

Le conferenze del Bilderberg, che come detto sono annuali, sono state, tra 1954 e 2012, sessanta. Nel 1976 l’incontro previsto non si è tenuto, mentre nel 1957 si sono tenuti due incontri.
Come è risaputo i contenuti e le conclusioni dei dibattiti non sono resi noti, invece sono noti i temi attorno ai quali i membri del comitato direttivo e gli altri invitati sono chiamati a interloquire. Cercheremo quindi di fare una analisi dei contenuti dei temi, che per ogni singolo incontro vanno da una media di 4 per incontro degli anni Cinquanta a una media di 12 del decennio 2000. È difficile trovare un tema – sociale, politico, economico, scientifico – che non sia stato affrontato in questo lungo periodo dalle conferenze del Bilderberg. Tuttavia, nel corso dei decenni il focus sugli argomenti è cambiato in base ai problemi concreti che il processo storico ha presentato. Ciononostante, è possibile individuare la ricorrenza e la prevalenza di certi argomenti non solo nei singoli decenni, ma anche nel periodo complessivo di attività.
Gli incontri degli anni Cinquanta sono dominati dal clima storico caratterizzato da tre grandi aree tematiche: in primo luogo la guerra fredda, e collegati a questa, i problemi posti dalla decolonizzazione e dalla ricostruzione dell’Europa dal punto di vista economico e militare. La preoccupazione per la minaccia rappresentata dall’espandersi dell’Urss e del comunismo in Europa e nei Paesi del Terzo mondo usciti dal colonialismo, specialmente in Asia orientale, è il tema principale e ricorrente ad ogni incontro sia con riferimenti diretti sia con riferimenti alla Nato, agli armamenti (con particolare attenzione a quelli atomici) e alla sicurezza dell’Europa. I temi degli incontri sono significativi in tal senso: «Atteggiamento da tenersi verso l’Urss ed il comunismo» (Olanda, 1954), «Infiltrazione comunista in vari Paesi occidentali» (Francia, 1955), «La campagna comunista per la sovversione politica o il controllo dei Paesi recentemente emancipati dell’Asia» e «Le cause dell’emergere di blocchi antioccidentali, specie all’Onu» (Danimarca, 1956). A questo si collega l’attenzione per il rinsaldamento del blocco atlantico: «I meccanismi politici ed economici all’interno della comunità occidentale sono adeguati?» (1957, Italia), «nazionalismo e neutralismo come fattori di disturbo all’interno dell’alleanza occidentale» (1957, Usa), «La cooperazione economica occidentale» (Inghilterra, 1958), «Unità e divisioni nella politica occidentale» (Turchia, 1959).
Gli incontri degli anni Sessanta riflettono cambiamenti importanti. In primo luogo, l’evolversi dei rapporti con l’Urss, caratterizzati dall’alternarsi di colloqui (durante la politica di distensione di Kruěčëv nel 1962-1968) e nuove tensioni. Significativi i seguenti titoli: «Apparenti cambiamenti nel mondo comunista», «Possibili cambiamenti dell’Urss verso l’Occidente» (Usa, 1964), «Atteggiamenti contrastanti entro il mondo Occidentale verso l’Urss e gli altri Paesi comunisti alla luce dei recenti eventi» (Danimarca, 1969). Molto interessante è la nuova centralità dei rapporti economici tra Usa ed Europa, collegati al boom economico europeo, allo sviluppo del mercato comune e all’internazionalizzazione dell’economia: «Le implicazioni per l’unità occidentale dei cambiamenti nella forza economica relativa di Stati Uniti ed Europa Occidentale» e «Quali iniziative sono richieste per generare un nuovo senso di leadership e direzione all’interno della comunità occidentale? (Canada, 1961), «Le relazioni tra Usa ed Europa alla luce delle negoziazioni per l’entrata della Gran Bretagna nel Mercato Comune» (Francia, 1963), «Cooperazione monetaria nel mondo occidentale (Italia,1965), «Il gap tecnologico tra America e Europa con speciale riferimento agli investimenti americani in Europa», (Inghilterra, 1967).
Nelle tematiche degli incontri degli anni Settanta è evidente il riflesso dell’instabilità da cui sono attraversate in quel periodo le società occidentali al loro interno, a causa di una forte conflittualità del lavoro e delle giovani generazioni, specie nelle università, e di difficoltà economiche date dall’inflazione e dalla crisi economica e monetaria. Emergono, in risposta, elementi di ristrutturazione e di ripensamento dell’economia mista, che verranno ripresi a breve dalla offensiva neoliberista della Thatcher, premier britannico dal 1979, e successivamente da Reagan, «Inflazione: le sue implicazioni economiche, sociali e politiche» (Turchia, 1975), «Il futuro delle economie miste nelle democrazie occidentali» (Inghilterra, 1977), «La struttura della produzione e del commercio: le conseguenze per i Paesi occidentali industrializzati» (Usa 1978), «La presente situazione monetaria internazionale e le sue conseguenze per la cooperazione mondiale» (Austria 1979). Ma l’attenzione all’instabilità all’esterno e ai rapporti sempre più conflittuali con le periferie è altrettanto forte. È in questo periodo che sono messi a tema dal Bilderberg la crisi del ruolo di leadership degli Usa, il Medio oriente e il conflitto arabo-israeliano: «La possibilità di un mutamento del ruolo americano nel mondo e le sue conseguenze», «La domanda del Terzo mondo di ristrutturazione dell’ordine mondiale e le implicazioni politiche di questo atteggiamento» (Inghilterra, 1977), «Le implicazioni dell’instabilità in Medio Oriente e in Africa per il mondo occidentale» (Austria, 1978).
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Il venerdì del Borgo si accende con la tentazione di “Perla”

Si preannuncia un’estate di fuoco per l’editoria italiana, con il ritorno sulla scena –    dopo un anno esatto dal suo esordio – della dottoressa bergamasca Sonia Rottichieri, prima nota come medico di famiglia, ora anche come celebre scrittrice, che ha tolto il velo ad ogni tabù con il romanzo erotico “Sul Mio Corpo”. Dalla protagonista Alice, ora,  passiamo a Perla, un’altra eroina al femminile che dà anche il titolo al romanzo e che, fin dalla copertina, apre un interessante spaccato sul contenuto dell’opera: “tra desiderio e colpa”. In mezzo un thriller, che macchia di sangue l’erotismo che permea le pagine di un libro rinnovato, dinamico e, come lo definisce la stessa Rottichieri, “Sicuramente più maturo”. E spiega: “E’ un’opera che reputo più complessa rispetto a quella d’esordio, dove la psicologia di ogni personaggio diventa determinante per i risvolti che ad ogni capitolo verranno presi”. La stesura del nuovo romanzo è durata complessivamente un anno, portando alla creazione di un libro dinamico e dal lettering e dalla grafica puliti, che sono ormai la marca estetica delle opere di Sonia.  il piacere e la lussuria avranno un ruolo secondario rispetto all’intreccio che avvincerà il lettore, da subito posto dinanzi ad un prologo breve ma caratterizzante: un corpo che giace morto avvolto nel sangue. Il sodalizio con Aliberti Editore quindi prosegue,  e l’obiettivo è senza dubbio quello di bissare il precedente successo: un premio come libro del mese con Feltrinelli, il conferimento del premio “Scrittori Con Gusto” presso l’Accademia Res Aulica di Bologna, il folgorante pienone alla Fiera dei Librai di Bergamo e ora Torino, con una manifestazione di caratura internazionale. “Nell’ambito dell’editoria, questa Fiera, è tra le più importanti a livello mondiale – e ammette Sonia – : essere stata scelta dal mio editore rappresenta una grande soddisfazione ma anche una grande responsabilità, poiché non dovrò disattendere le aspettative che si sono create e che fans e curiosi ripongono nel mio nuovo libro”.  Un’annata da record, a cui segue un’altra grande sfida che adesso porta il nome di Perla: “lei è l’opposto dell’altra protagonista Alice – anticipa Sonia – perché è una ragazza giovane, ricca, fragile ed iperprotetta, che vedrà la sua vita cambiare, e venire schiacciata da figure persecutorie, incontri misteriosi che la precipiteranno in uno stato surreale, a metà strada tra il vero e l’immaginario”. Tra i fattori scatenanti prevarrà il sesso estremo: uno degli aspetti più naturali insiti nell’uomo, che ora diventa un buio frenetico e fagocitante che spingerà Perla verso il baratro. Il tutto perfettamente orchestrato da una scrittura veloce, intrigante, alleggerita dalle descrizioni e concentrata di cambi di scena, che mostrano un’altra sfumatura del genere erotico-erudito, dove oltre la forma c’è di più: un messaggio di vita che il lettore dovrà scoprire.

Fonte: http://intervalliduepuntozero.altervista.org/il-venerdi-del-borgo-si-accende-con-la-presentazione-di-perla/

Rigenerazione Democratica

Rigenerazione Democratica è uno spunto di riflessione politica che cerca di elevarsi dalla sterile analisi dei risultati delle elezioni politiche. L’intento infatti è quello di spostare il dibattito sulla costruzione di un nuovo sentimento politico dei cittadini al fine di ritrovare una partecipazione collettiva alla vita politica, una nuova base di ideali che porti in modo naturale al momento elettorale.
I punti chiave delle riflessioni di Daoli e Cristoforetti passano dall’amministrazione della res pubblica,  per toccare i temi di lavoro e impresa arrivando fino al welfare. 
Di fondo c’è l’assunto che la moralità laica e costituzionale può formare una cittadinanza collettiva e attiva. Ma perché si formi una collettività attiva e partecipativa c’è bisogno innanzitutto di ritornare ai valori primi della politica, alleggerendola dai meri contrasti opportunistici legati all’attualità dell’agenda setting.

Questo affinché si possa aprire un percorso di partecipazione, da parte dei cittadini, alla gestione della cosa pubblica senza per questo mettere in discussione la cultura democratica del nostro Paese, affinché si possa, tutti, considerare il ricambio generazionale nella politica come rigenerazione della democrazia rappresentativa e non una scorciatoia neo individualista.


Rigenerazione Democratica
. Un nuovo patto tra cittadini e politica
 | Gianluca Cristoforetti – Raul Daoli | 1,99 euro /e-book|  9788866261346

Gianluca Cristoforetti, 41 anni, architetto urbanista, svolge attività di consulenza e pianificazione per le amministrazioni. È autore di numerose pubblicazioni sul tema della governance pubblica e della capacità istituzionale, tra gli altri Il territorio della Capacità Istituzionale: processi selettivi tra ragione ed ideologia (Alinea, 2003) e Governance, valutazione delle politiche e gestione dei conflitti (Alinea, 2006). Ha pubblicato inoltre Genova. Guida di architettura contemporanea (Alinea, 2004) ed è statocuratore della mostra Urban Regeneration, nell’ambito delle manifestazioni di Genova Capitale Europea della Cultura.

Raul Daoli, Sindaco del Comune di Novellara, di 43 anni, è nato a Reggio Emilia.

Fuga da piazza Tahrir – Marco Alloni, un autore a Il Cairo

malloniQuando, come ogni venerdì sera, sto per raggiungere l’edificio Maspero, lo stabile della Televisione di Stato, lo scenario si rivela immediatamente minaccioso. Il traffico dalla fermata della metropolitana Gamal Abdel Nasser alla piazza adiacente a Tahrir, Midan Abdel Moneim Riad, cominciava a farsi caotico, scomposto. Non il solito imbottigliamento ma qualcosa di sinistro, di lugubre. Tre arterie si incrociano una dentro l’altra, il ponte che porta all’isolotto di Zamalek è bloccato. Auto e microbus cominciano a correre in contromano, le motociclette saettano tra le lamiere a zig zag. Proviamo a procedere nel calderone, ma poi arrivano gli spari.

Dalla parte della corniche una nuvola grigiochiara sale nella notte, poi un’altra, una terza. Il taxista si ferma, mi dice di uscire. “Corri” mi dice. Esco dalla vettura e mi infilo nella via laterale che porta alla Televisione. Non si capisce cosa stia succedendo, dove, perché. Orde di manifestanti fuggono da piazza Tahrir verso lo spiazzo dell’imbottigliamento, altri corrono in direzione opposta, provenendo da Maspero. Sento alcune grida – “Allontanatevi, allontanatevi!” – vedo sfrecciare vespe, un microbus, motociclette. Alle spalle continuano a risuonare spari isolati tra un fuggi fuggi di persone e l’impazzimento dei clacson. Cammino, poi accelero, poi corro. Sono in prossimità della Porta Uno della Televisione, dal lato del quartiere popolare di Bolaq Abu Al-Leila.

Di fronte allo stabile un assembramento di manifestanti. Bandiere dell’Egitto, urla, slogan. Sono loro? Sì, sono loro. Anche se non si distinguono le parole, né le facce. Mi avvicino, chiedo che succede. “I Fratelli” mi dicono le guardie all’ingresso della palazzina “Vogliono forzare le entrate, hanno deciso di sfidare l’esercito”. In realtà vedo solo i manifestanti barbuti e una fila di teste e braccia che ondeggiano nella notte. Nessun blindato, nessun carro armato. Solo all’interno del muro di recinzione, lungo le vetrate ricurve che portano all’ingresso dell’edificio, la fitta linea di militari che staziona coi mitra verso la strada, come nei giorni scorsi.

Cerco di entrare, mi avvicino al cancello, vengo bloccato. “Non si passa”. “Sono un giornalista” dico “Devo lavorare”. Il tizio con il mitra è lapidario: “Niente lavoro, tutte le porte sono sbarrate”. Rimango a guardarmi intorno: alle spalle risuonano ancora urla e spari, giovani e adulti, vecchi e ragazzini, qualche donna, corrono in direzioni opposte. Siamo presi tra due fuochi: la piazza di Abdel Moneim Riad vibra di spari e l’ingresso della Televisione è presidiato dagli islamisti.

Tahrir, in lontananza, sembra appartenere a un’altra dimensione, a un’altra città. Si vedono alcuni razzi colorati salire nel cielo, si odono le grida lontane dei rivoluzionari, dei giovani del Tamarrud, dei promotori della terza sollevazione. Cerco una via d’uscita lungo il muro che costeggia la via. Le aperture verso il quartiere sono bloccate, i cancelli chiusi. Cerco più avanti. Finalmente un vicolo, stretto, invaso dalle auto, e puntellato di fuggitivi. Un viavai concitato tra gli spari che echeggiano in lontananza, e il timore di non sapere dove andare, quale direzione prendere.

Da ogni parte giungono voci e versioni diverse. “Non di qua, più avanti, di qua sparano”. “Non da dove sei venuto, stanno avanzando da questa parte, indietro, torna indietro”.

Seguo un gruppi di uomini in gallabeya procedendo tra le viuzze lungo le case di mattoni e i negozi di artigiani che, tra l’allarme generale, sembrano non curarsi di nulla. Piallano, segano, battono il martello, avvitano, stirano, come se il mondo non esistesse. Li guardo stralunato. Sono l’Egitto della fatalità, quello che ha alle spalle sette millenni di pazienza.

Alla fine sbocco sulla grande arteria 26 Luglio, dove entrambe le corsie sono invase da auto che sfilano a passo d’uomo imbottigliate, clacsonanti, tra finestrini aperti e avvertimenti a non avventurarsi da quella parte, dove ci sono gruppi di islamisti armati. Le macchine cercano di snodarsi in un intrico fittissimo che sembra interminabile. A perdita d’occhio i tetti delle vetture addossati gli uni agli altri, fino al ponte 15 Mayo, che porta a Zamalek.

Attraverso la strada, seguo un altro drappello, poi proseguo da solo in un vicolo che porta alla sede di Al-Ahram e Al-Akhbar, i due maggiori quotidiani del paese. Anche da lì sopraggiungono persone e auto clacsonanti che fanno gesti a chi arriva, esortandoci a svoltare, a girare, a spingerci verso destra, dalla parte del quartiere. Faccio come dicono e affretto il passo.

Ormai anche le viuzze laterali sono però invase dalle auto e dalle persone che si precipitano da una parte all’altra del centro. Sembra di essere dentro un formicaio al centro del quale sia stata lanciata una pietra. Nuguli di persone avvolte nell’oscurità corrono sparpargliate in ogni direzione, quasi terrorizzate da una bomba che non c’è, ma potrebbe esserci. Chiedo se è possibile raggiungere la metropolitana. “Chiusa” mi dicono. Chiedo se c’è qualche sopraelevata che possa condurmi alla tangenziale. “Bloccate” mi dicono. Chiedo come si può uscire da quella gabbia, in cui da ogni parte arrivano grida e spari opachi di vendicatori. Niente, non se ne esce.

Alla fine fermo due ragazzi in auto e chiedo dove stanno andando. Non lo sanno, cercano anche loro un’uscita. Domando se tenteranno di andare verso la corniche, mi dicono di sì, ma non sanno se ci arriveranno. Quindi mi aprono la portiera e salgo con loro.

Scodinzolando tra una marea di macchine, pedoni, biciclette e moto arriviamo in un imbottigliamento ancora peggiore dei precedenti. I dedali della città vecchia, di West El-Balad e dei quartieri popolari incistati nel centro storico sembrano più asfittici che mai. Procediamo a passo d’uomo dentro un fiume di macchine che cercano una via d’uscita, di fuga. Mezz’ora, forse di più. Braccati dal sospetto che prima o poi ci troveremo a tu per tu con le milizie, coi loro caschi, i loro giubbotti antiproiettile, i loro sguardi, la loro sete di vendetta. Procediamo nella notte quasi senza parlare. Eppure, ogni tanto, i miei due compagni scherzano, si lanciano battute.

Penso, seduto sul sedile posteriore, a quello che avevo udito poche ore prima, su Facebook. Era il video di un jihadista che minacciava di far esplodere il paese a colpi di mitra ed esplosivi. Rigurgito un po’ di saliva.

Procediamo finché una via meno trafficata sembra portare fuori dal concerto degli spari e delle urla. Mentre avanziamo verso quella sfumata linea d’orizzonte, guardando attraverso i vetri, non posso non stralunare. Mi dico che questo paese o è folle o miracoloso. Mentre la gente corre da una parte all’altra, mentre sirene della polizia ed elicotteri dell’esercito risuonano in cielo, mentre tra vicoli e spiazzi si inseguono le voci della controffensiva armata dei Fratelli, drappelli di spensierati uomini in gallabeya, la emma sulla fronte e le ciabatte ai piedi, fumano la shisha, in qualche caffetteria di quartiere o sul marciapiede, come se fosse un normale venerdì di riposo. E altri drappelli, questa volta di artigiani, proseguono candidamente nel proprio lavoro, come se nulla potesse toccarli.

Sembra inverosimile. Eppure quello che osservo è lo spettacolo del più straordinario disincanto. Io temo di non ritornare a casa vivo, e loro fumano, battono il martello sull’incudine, fischiettano. Penso che senza di loro la situazione sarebbe inquietante. I loro volti distesi e la stupefacente normalità dei loro sguardi è invece come se riconciliasse con la vita, rendesse vago o persino lontano, quasi irreale, il pericolo che incombe a ogni isolato.

Quando la macchina trova una via d’uscita dal dedalo infestato di auto si profila finalmente, come un dolce miraggio, la corniche che costeggia il Nilo. Prendiamo la larga strada asfaltata filando, come su un tessuto di gomma, liberi dalla apprensioni, fino al ponte che sale verso Zamalek. Nella parte bassa sembra vi siano scontri a fuoco, ma noi siamo in alto.

Procediamo verso Mohandeseen, verso la periferia, verso la campagna, verso il deserto. Filiamo dritti respirando gli ampi spazi della carreggiata che porta fuori città. Finché usciamo dalla cintura della periferia e ci troviamo all’imbocco delle due grandi tangenziali che attorniano la capitale. Uno dei due ragazzi scende insieme a me e mi accompagna all’imbocco della tangenziale, quella che porta verso il lato meridionale della città.

Lo ringrazio, lo saluto e prendo un taxi. Sento l’immensità del Cairo battere in lontananza, mentre mi allontano dagli scontri cullato tra le melodie che l’autista lascia uscire dalla radio. È un giovane di una ventina d’anni, parla al cellulare, sento che commenta quello che sta succedendo. Non si sintonizza sulle notizie, parla e sorride. Poi lo sento dire: “Ana mal’ish dawa bil balad”. A me del paese non me ne frega niente.

È uno dei pochi, ne rimango stupito. La maggioranza sfida il pericolo, scappa per poi riconquistare la piazza, lotta finché ritrova il suo presente, il suo futuro.

Quando arrivo nei pressi di casa mia mi dico che un singolo cittadino straniero può anche fuggire e ne sono sollevato. Ma mi dico anche che novanta milioni di egiziani fuggire non possono. Mentre salgo le scale penso a loro, ai prossimi giorni. Penso all’esercito, alle minacce, agli spari, alla possibile carneficina. E non sono più sereno.

Marco Alloni
per MicroMega

(7 luglio 2013)