Il profeta Berlinguer: “I partiti non fanno più politica” (1981)

di David Frati per Mangialibri

1981. “I partiti non fanno più politica”, afferma il leader dell’opposizione di sinistra con “una piega amara sulla bocca e , nella voce, come un velo di rimpianto”. Eppure la politica sembra essere dappertutto, permeare ogni ambito della società. Eppure i due decenni precedenti hanno visto cambiamenti epocali, la passione politica portare masse enormi in piazza, persino la nascita di decine di formazioni terroristiche decise a tutto per affermare la propria linea politica, appunto. “No, no, non è così”, scuote la testa il leader dell’opposizione di sinistra. “Politica si faceva nel ’45, nel ’48 e ancora negli anni ’50 e sin verso la fine degli anni ’60. (…) Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante!”. E ora? Ora, secondo il leader dell’opposizione di sinistra, i partiti – tranne il suo – sono diventati “macchine di potere e di clientela”. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. Sono “federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto boss”…
Con ammirevole ma malinconico tempismo Aliberti riporta alla ribalta un documento che ha fatto la storia della politica italiana del dopoguerra, inaugurando la stagione tutt’ora in corso della cosiddetta “questione morale”. Nel volume troviamo nell’ordine: un articolo a firma Luca Telese uscito su “Il Fatto Quotidiano” del 7 luglio 2011 che partendo dalla ricorrenza del trentennale della pubblicazione della celebre intervista a Enrico Berlinguer illustra brevemente le reazioni che suscitò nel mondo politico italiano del 1981; ovviamente l’intervista integrale al segretario del PCI de “La Repubblica” a firma di Eugenio Scalfari; uno stralcio del discorso di inaugurazione del XVI Congresso del PCI pronunciato dal leader comunista il 2 marzo 1983; la parte finale del comizio di Padova del 7 giugno 1984 durante la quale Berlinguer fu colpito dall’ictus che lo uccise e infine l’orazione funebre pronunciata da Giancarlo Pajetta il giorno dei funerali del segretario del PCI, il 13 giugno 1984. Materiale solo apparentemente eterogeneo, che però riesce a fornire un quadro d’insieme della scossa che l’intervento a gamba tesa di Berlinguer diede al quadro politico di allora e permette così al lettore – soprattutto se all’inizio degli anni ’80 era troppo giovane per avere una coscienza politica o addirittura non era nato – di farsi un’idea precisa. Le dichiarazioni dell’allora segretario dell’allora Partito Comunista Italiano sono passate alla storia come una visione profetica del degrado ormai inarrestabile del sistema dei partiti, come un grido d’allarme inascoltato o peggio messo a tacere da una classe politica destinata solo un decennio più tardi ad essere spazzata via dalla magistratura durante la pagina (non del tutto limpida) dell’inchiesta “Mani Pulite”. E certo nelle parole raccolte da Eugenio Scalfari (“Parlammo ore. […] Di quell’intervista toccammo poco o nulla. E mi accorsi subito che la sua portata avrebbe trasceso quella della cronaca politica”) la vibrante energia della denuncia, il fuoco dello sdegno non mancano. Però Berlinguer pare anche molto ansioso di marcare una differenza quasi antropologica e culturale più che politica tra il partito da lui guidato e gli altri (“Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri?”). Il PCI secondo Berlinguer si rifiuta di occupare poltrone in enti e banche nonostante gli venga ripetutamente chiesto da decenni, è del tutto estraneo all’occupazione quasi militare di tutti i gangli del Paese operata dalle altre forze politiche. Può darsi fosse così – permettetemi, da comunista, di dubitarne – ma di certo di lì a pochi anni il PCI avrebbe partecipato con zelo e golosità alla lottizzazione (il controllo di Rai3 conquistato nel 1987 dura ancora oggi) e, dopo precipitose e ripetute svolte a destra, si sarebbe trasformato in una forza socialdemocratica che se da una parte – in nome della sua conquistata “normalità” – non subisce più alcuna pregiudiziale per il governo del Paese, dall’altra non è più percepito come “speciale” e “diverso” nell’immaginario collettivo. L’ex PCI, ex PDS, ex DS ora PD ha venduto l’anima al diavolo credendo di averne un’altra nuova di zecca, ma si è semplicemente ritrovato senza più un’anima. Questo la buonanima di Berlinguer non poteva certo immaginarlo. E ci piace pensare che sia stato meglio che non l’abbia visto accadere.

Tutto quello che faremo a Torino #SaloneLibro

CARTE SEGRETE. Roma, l’Italia e il PD

Dalla prossima settimana troverete in libreria “Carte segrete”.
Dal dialogo tra un politico di razza e un giornalista prestigioso nasce un libro che è insieme il racconto di una vita, di una città, di una lunga esperienza politica. Allontanatosi dall’Italia dopo la sconfitta del Pd nel 2008 rinunciando a qualsiasi incarico politico e parlamentare, Goffredo Bettini, che di quel partito era stato il coordinatore, torna dall’Oriente e tira fuori dal cassetto le sue “carte segrete”: sulla politica romana che ha vissuto sempre in primo piano, la sua classe dirigente e i suoi intellettuali. Ma scruta anche nel proprio intimo e, come il protagonista del film di Roberto Andò, Viva la libertà, racconta per la prima volta le sue crisi emotive. Infine annuncia la propria presenza diretta nella battaglia politica del Pd.

Goffredo Bettini è nato a Roma nel 1952. Giovanissimo si iscrive al Pci e in seguito è dirigente della Fgci di Roma e nazionale. A trentadue anni entra a far parte della direzione nazionale del Pci e ricopre l’incarico di segretario di Roma e segretario regionale del Lazio. È un protagonista del governo di Roma con Rutelli e Veltroni. Contribuisce a fondare il Pd e ne è coordinatore nazionale per i primi due anni. È stato parlamentare ma non ha abbandonato mai il suo impegno culturale. Dirige la costruzione dell’Auditorium, che gestisce poi come presidente della fondazione Musica per Roma. Insieme a Veltroni fonda la Festa del Cinema di Roma, di cui è presidente fino al 2008. Tra i suoi libri A chiare lettere. Un carteggio con Pietro Ingrao e altri scritti, Pd anno zero (intervista di Carmine Fotia) e Oltre i partiti.

Carmine Fotia, Reggio Calabria 1955, è direttore de «Il Romanista», quotidiano sportivo della capitale. È stato fino al marzo 2010 vicedirettore del tg La7. Si è formato giornalisticamente ne «il manifesto», dove è stato caposervizio e inviato speciale. Ha scritto diversi libri, tra cui Palermo, con Leoluca Orlando e Antonio Roccuzzo, Pd anno zero con Goffredo Bettini, Palermo chiama Roma sul processo Andreotti e Roma città futura. Il suo ultimo libro, Italianera, è diventato un libro cult negli ambienti della politica capitolina.

Sotto la rassegna stampa che anticipa l’uscita di questo atteso libro.

Se tutti si credono Enzo Tortora

“Io sono innocente. Spero con tutto il cuore che lo siate anche voi”.

Dopo Nicolò Pollari, ex capo del Sismi, anche Silvio Berlusconi cita Enzo Tortora.  Simbolo di clamorosi errori giudiziari. Anzi, di quella che Giorgio Bocca definì “una macelleria giudiziaria”. Peccato che le loro siano storie completamente diverse da quelle del presentatore di Portobello. Peccato che- come lamentano le figlie di Tortora- la sua vicenda “continui ad essere strumentalizzata”. Da chi non ha nulla in comune con quell’ uomo “libero da schemi e da condizionamenti politici”, come l’ha definito la figlia Silvia nella biografia dedicata al padre, “Enzo Tortora. Dalla luce del successo al buio del labirinto” (Aliberti), scritto da Daniele Biacchessi, mio collega a Radio24.

Ora più che mai è necessario e utile rileggere la storia di quest’ uomo, diventato emblema delle possibili storture della Giustizia. Precipitato in una notte dalla ribalta della televisione, all’inferno del carcere e della gogna mediatica, attraverso falsi pentiti, sfilze di bugie, grossolani errori. Come quello di un nome simile e di un numero di telefono sbagliato, in un’agendina. Sullo sfondo della guerra di camorra di Raffaele Cutolo.

Enzo Tortora non cercò sotterfugi, nè immunità. Non attaccò i magistrati nè pensò a complotti. Enzo Tortora anzi rinunciò all’immunità da parlamentare, per sottoporsi al giudizio. E alla fine, anche se a fatica, riuscì e a far emergere la verità. E la sua innocenza.

Si affidò alla stessa Giustizia, Tortora, che l’aveva scaraventato nel suo peggior incubo.  Nulla in comune con la storia giudiziaria – composta di impedimenti, lodi, conflitti istituzionali, rimessioni, oltre alle varie uveiti, di Silvio Berlusconi. Anche se per caso dovesse risultare effettivamente estraneo a tutte le accuse. Nulla in comune con la storia di Nicolò Pollari, ex potente capo del Sismi, condannato in appello per il sequestro di Abu Omar da parte della Cia. Una storia di spie, torture e lotta al terrorismo che per nulla evoca quella del presentatore tv, anima di Portobello.

A trent’anni dall’arresto di Tortora, il 17 giugno 1983, ricostruire la sua vita non è solo un omaggio ad un uomo distrutto dalle storture della macchina giudiziaria, non è solo necessario per smontare inappropriati recenti paragoni, ma è soprattutto un monito per il futuro.  Perché ogni tanto – in questa furente battaglia politica intorno alla Giustizia – emblematicamente sintetizzata nel titolo dello speciale del Tg5 sul processo Ruby, “La guerra dei Vent’anni. Ruby, ultimo atto” – ci si ricordi anche caso mai di cercare davvero di migliorarla. Anche perché, ad esempio, nulla o quasi è successo a quei finti pentiti che ad arte infangarono Tortora.

Ma anche se ora è evocato soprattutto come la vittima più celebre del più clamoroso guasto della Giustizia, prima di quelle manette, Enzo Tortora è stato soprattutto un presentatore tv e un grande innovatore del piccolo schermo. Che per primo diede alla gente informazione e spettacolo. E sentimenti. “Perché nella gente ci sono momenti di ricordo, di nostalgia e, perché no, anche di commozione”, spiega Tortora in un’intervista inedita a Biacchessi, trascritta in apertura del saggio.

“Dunque, dove eravamo rimasti?“, esordì il presentatore al suo ritorno in tv, dopo il labirinto dei processi. Eravamo rimasti ad una storia che è stata un incubo che non deve ripetersi. Ma che non può essere strattonata e paragonata a vicende che nulla hanno in comune.

Di Raffaella Calandra

Berlinguer non era triste – Recensione La Repubblica