BERSELLI: "Quel gran pezzo dell'Edmondo" di Marco Travaglio


Giornalismo in lutto. Il suo stile era sempre sul filo del rasoio: leggero mai frivolo, anticonformista mai bastiancontrario, moralista mai trombone, serio senza mai prendersi sul serio.

Edmondo Berselli

“Di solito, quando muore un giornalista, lo ricordano i colleghi e gli amici più cari. Preciso subito che non ero amico di Edmondo Berselli. Credo di averlo visto una volta in vita mia, tre anni fa, al premio Satira di Forte dei Marmi. Lui giurato, io premiato. E di averlo sentito un paio di volte al telefono, più tre o quattro via sms. Troppo poco per capire l’uomo. Lo leggevo, però. Sempre su Repubblica e sull’Espresso. Talvolta nei suoi libri, soprattutto gli ultimi. Comunque abbastanza per capire che, come giornalista, era un fuoriclasse e che ce ne accorgeremo molto più ora con la sua assenza che prima con la sua presenza.

Scopro, ora che devo anzi voglio scrivere di lui, cose insospettate. Per esempio che aveva cominciato nel 1976 come correttore di bozze alla casa editrice bolognese il Mulino, per diventarne infine il direttore editoriale e poi il responsabile dell’omonima rivista, e mi domando come potesse essere così spiritoso, disimpegnato, scanzonato venendo da un posto così noioso. Come editorialista l’aveva scoperto nel 1988 Il Resto del Carlino. Poi era passato al Messaggero, alla Stampa, al Sole 24 Ore, infine al gruppo Espresso. Netto e impietoso nelle sue analisi, aveva uno stile sempre in equilibrio sul filo del rasoio: ironico mai ridanciano, elegante mai lezioso, leggero mai frivolo, anticonformista mai bastiancontrario, moralista mai trombone, serio senza mai prendersi sul serio.

Non era un tuttologo, eppure svolazzava dal calcio alla canzonetta, dalla politica alla cultura. Il suo “Quel gran pezzo dell’Emilia. Terra di comunisti, motori, musica, bel gioco, cucina grassa e italiani di classe” (Mondadori, 2004) è un ritratto impagabile della sua terra grassa e feconda (Edmondo era di Campogalliano, Modena, dov’era nato nel 1951). Il suo “Sarà una bella gioventù”, l’operetta rock scritta per la voce di Shel Shapiro che ha girato i teatri di mezza Italia è un graffito prezioso degli anni ‘60, nato da un altro libro-cameo, “Adulti con riserva”. Il saggio “Venerati maestri” è una galleria degli errori e degli orrori del mondo culturale italiano, ispirato a un celebre sberleffo di Alberto Arbasino: “In Italia c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di ‘brillante promessa’ a quella di ‘solito stronzo’. Solo a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di ‘venerato maestro’”.

Non so come facesse Edmondo a sfotticchiare i mostri sacri delle defunte “terze pagine” con tanta perfida levità, riuscendo a non farsi tutti i nemici che avrebbe meritato di farsi e a non girare con la scorta armata per difendersi dalle sacrosante vendette degli infilzati. Un giorno Riccardo Muti lasciò detto che lo apprezzava per la sua “leggerezza mozartiana”.

A Forte dei Marmi, se non ricordo male, tenne un discorsetto in qualità di giurato, che non lasciò traccia alcuna. In compenso, a tavola, dominò incontrastato la conversazione. Non era un gran parlatore, ma come sparlatore non temeva rivali. E bisognava osservare le pieghe dei suoi occhietti roteanti e le rughe intorno alla sua bocca asincrona per intuire quando parlava sul serio e quando scherzava. Nell’ottobre scorso aveva pubblicato il suo ultimo libro, e credo sapesse benissimo che era proprio l’ultimo: “Liù. Biografia morale di un cane”. Solo lui poteva affidare le sue ultime volontà letterarie non alla summa del suo pensiero (era troppo autoironico per anche solo pensarlo), ma all’Italia vista dal suo cane, anzi dalla sua cagnetta, “la Liù” appunto. Il suo libro più colto e raffinato, pieno di richiami storici, filosofici, antropologici mascherati dietro quella che la nostra Silvia Truzzi ha definito la sua “irriverente semplicità”. Lui che non aveva mai abbaiato né scodinzolato in vita sua, rinunciando ai due sport prediletti dall’intellettuale-tipo italiano, faceva parlare, anzi sparlare il suo labrador nero di 32 chili.

Immobilizzato in casa da mesi, sapeva di avere poco da vivere, ma viveva. Ha vissuto fino all’ultimo respiro. Scriveva. Osservava. Annusava. Curiosava. Scherzava, anche. Chi l’ha frequentato fino alla fine – come il produttore di “Sarà una bella gioventù” Marcello Corvino, l’editore Francesco Aliberti, il giornalista di Repubblica Marco Marozzi, tutti amici che avevamo in comune – mi portava sue notizie, sollecitandomi a chiamarlo. Vigliaccamente non l’ho mai fatto. A parte una volta, quando banalmente gli domandai come stesse. E lui, sempre via sms: “Ancora vivo, mi dicono”. Per uno spirito caustico e bizzarro come il suo, ci vorrebbe un funerale ad personam. Qualcosa di simile a quello di Leo Longanesi (altro figlio di quel gran pezzo dell’Emilia, anzi della Romagna, nato a Bagnacavallo nel 1905 e morto a Milano nel 1957) nella versione che ne diede Montanelli (l’ultimo saluto a Berselli sarà domani pomeriggio alle 14.30 nel Duomo di Modena).

Durante il tragitto in auto verso il cimitero di Lugo, Indro e Giovanni Ansaldo si fermarono a mangiare in una trattoria di Modena e ne uscirono con alcuni zamponi sotto il braccio, sghignazzando al ricordo delle battute più folgoranti dell’amico scomparso. Poi Montanelli ebbe una crisi di coscienza: “Però, andare alla sepoltura del nostro amico più caro con uno zampone in mano…”. “Perché – obiettò Ansaldo – credi che, se Leo fosse al nostro posto e noi al suo, lui se ne asterrebbe?”. “Così – racconta Montanelli – imbarcammo anche gli zamponi e, in loro compagnia, proseguimmo. Al cimitero ci si trovò in una diecina di persone, non di più. Non ci furono cerimonie né discorsi. Solo la piccola Virginia, che avrà avuto quattordici anni, mentre la bara di suo padre calava nella tomba, mormorò: ‘E dire che gli orfani mi sono sempre stati così antipatici…’. Una frase che sarebbe piaciuta moltissimo a Leo”. Proprio perché non l’ho quasi conosciuto, mi son fatto l’idea che un funerale così piacerebbe anche a Edmondo. Con la tirata anti-orfani affidata alla Liù.”

Marco Travaglio


Tratto da il Fatto Quotidiano del 13 aprile
Foto

Articoli correlati:

1 Response to “BERSELLI: "Quel gran pezzo dell'Edmondo" di Marco Travaglio”


  • Travaglio, con Berselli sei stato un pò “stronzetto”, nella migliore delle ipotesi molto superficiale, come si fa a chiedere ad una persona che sai essere nelle sue condizioni “come stai ” ? La superficialità e l’indifferenza lasciamole ai Berlusconiani, gli altri cerchino di essere più umani in questo mondo così balordo.

Leave a Reply