Golpe e stragi di Stato. Le verità del generale Maletti.
— Aliberti editore: 22.04.2010 —

PIAZZA FONTANA, NOI SAPEVAMO
di Andrea Sceresini, Nicola Palma
e Maria Elena Scandaliato
Loro sapevano. Fin dall’inizio, sapevano tutto. Quarant’anni dopo la grande strage impunita, c’è una nuova pista nera che porta in piazza Fontana.
Un mistero del Sid custodito dal condannato più eccellente, il generale Gian Adelio Maletti, che dal suo rifugio dorato in Sudafrica ora comincia a parlare.
«Quel giorno, a piazza Fontana, erano in quattro…»
L’esplosivo di piazza Fontana si trovava in un arsenale di Venezia e proveniva dalla Germania. A quarant’anni dalla strage, emerge la più inquietante delle verità. A raccontarla è l’ex capo del controspionaggio del Sid, Gian Adelio Maletti, intervistato nel novembre 2009 dai giornalisti Andrea Sceresini, Nicola Palma e Maria Elena Scandaliato nel suo rifugio dorato in Sudafrica, dove è scappato trent’anni fa per sfuggire all’arresto.
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Il generale per la prima volta apre i suoi archivi, allungando un’ombra inquietante sulla matrice americana della strage e facendo importanti rivelazioni sull’esplosivo usato a piazza Fontana, sul percorso delle bombe e sul commando («Io so i loro nomi»), composto da elementi legati all’eversione nera veneta.
Gli autori dell’intervista sono riusciti a individuare uno di loro, cosa che né la magistratura né la stampa erano mai state in grado di fare.
Maletti riferisce di un coinvolgimento americano anche nel golpe Borghese e nella strage di piazza della Loggia, che sarebbe stata eseguita da neofascisti «della stessa covata di piazza Fontana».
Tra coloro che sapevano di questa strategia, figurano i nomi di Giulio Andreotti e del presidente Saragat, insieme ad altri personaggi minori: uno di questi, assicura Maletti, era ministro nel penultimo governo Berlusconi.
Il generale si sofferma inoltre su molti dei cosiddetti “grandi misteri d’Italia”, dal caso Pecorelli all’omicidio Calabresi. Le sue precise ammissioni circa le dinamiche di alcuni episodi chiave della strategia della tensione e le rivelazioni sul Sid, sull’Ufficio affari riservati e sull’esercito italiano aprono nuovi inquietanti scenari sul lato oscuro dello Stato.
Gli autori
Andrea Sceresini (Sondrio, 1983), giornalista, ha scritto per «Il manifesto», «Diario», «Avvenire» e «Il Giorno».
Nicola Palma (Apricena, Foggia, 1982) scrive sul quotidiano «Il Giorno», dove si occupa di calcio e sport. Ha collaborato con «Il manifesto».
Maria Elena Scandaliato (Roma, 1980) ha lavorato per Sky e per RomaUno Tv. Ha scritto articoli e inchieste per «Diario», «L’Europeo» e «L’Espresso».
Insieme hanno realizzato numerose videoinchieste per Speciale Tg1, Corriere.it e La storia siamo noi.
». La prima. La più devastante. La strage per antonomasia.
Per gli irriducibili della destra eversiva, resta «l’azione più
riuscita». Ma anche per le contrapposte brigate dei terroristi
rossi, quello stesso eccidio di innocenti fu il detonatore (la
sciagurata “giustificazione” ideologica) della lotta armata:
è quando si delinea lo scenario della “strage di Stato” che
l’autoproclamata avanguardia dell’ultrasinistra si arroga il
diritto di sparare. Per i familiari delle vittime, per tutti i cittadini
che non dimenticano, è una ferita ancora aperta nella
storia d’Italia.
La strage di piazza Fontana è il nostro 11 settembre. Il giorno
della perdita collettiva dell’innocenza. La lunga stagione
dell’odio politico, degli omicidi mirati e delle bombe indiscriminate
comincia a Milano il 12 dicembre 1969. C’è un prima
e c’è un dopo quella data, nella vita della nostra democrazia
pericolante, ma oggi non ne parla quasi più nessuno, tanto
meno nelle scuole. Nel clima di revisionismo orwelliano che
domina il paese, conviene che i più giovani sappiano poco e
capiscano nulla della grande bomba, quella che inaugurò la
serie nera di attentati che, dalla Calabria a Bologna, hanno
insanguinato l’Italia per più di un decennio.
Quarant’anni di inchieste, processi e controinchieste hanno
partorito una verità dimezzata: sentenze definitive autorizzano
a scrivere che pezzi di Stato (ufficiali dei servizi segreti e
dirigenti di polizia, all’ombra di ministri) hanno cancellato
prove, zittito testimoni, favorito latitanti, per deviare le in10
dagini giuste, quelle che puntavano troppo in alto. Ma per la
strage che ha cambiato la nostra storia non c’è ancora un solo
condannato. Un vuoto giudiziario, più apparente che reale,
che autorizza i malintenzionati a mescolare colpevoli e innocenti,
anarchici e neonazisti, segreti veri e misteri inventati in
un caotico calderone nerofumo.
La prima cosa da tenere ferma nella memoria che l’Italia sta
perdendo è che un pezzo di verità giudiziaria esiste anche su
piazza Fontana. E una conseguenza è che qualche protagonista
dei processi dimenticati, come il generale Gian Adelio
Maletti, sicuramente custodisce altri capitoli di una più ampia
verità storica, finora indicibile. Quarant’anni fa la “strage di
Stato” sembrava uno slogan della sinistra. Ma oggi è proprio
questa la realtà innegabile che ci regalano i fatti e i processi
che hanno potuto ricostruirli: la diversità delle stragi nere, rispetto
ai terrorismi che in altri paesi hanno magari seminato
ancora più morti, è che in Italia c’era una parte dello Stato che
combatteva contro lo Stato democratico. Per spazzare via la
nebbia delle false revisioni, si può ricominciare da qui a rimettere
in fila i fatti così faticosamente accertati da quei magistrati
e poliziotti che si sono trovati a dover combattere per lo Stato,
quello di diritto, che rappresenta tutti i cittadini, contro altri
pezzi dello Stato, quello autoritario, che dichiara di difendere
i poteri visibili e tutela quelli occulti.
La bomba scoppia nel pomeriggio del 12 dicembre 1969 nel
salone gremito di folla della Banca Nazionale dell’Agricoltura,
che non doveva affatto essere deserto, come amano far credere i
turbo-garantisti a senso unico, perché ogni settimana ospitava
il mercato dei mediatori. L’esplosione ferma l’orologio centrale
alle 16.37. Ai sedici morti e ottantaquattro feriti più gravi, si aggiungerà
poi la diciassettesima vittima, martoriata più a lungo
dalla strage. Un secondo ordigno, inesploso, viene recuperato
alla Banca Commerciale di piazza della Scala. A Roma altre tre
bombe quasi contemporanee feriscono seriamente altre quattro
persone, tra un’altra banca e l’altare della patria. La strage
di Milano scuote dalle fondamenta un’Italia in tensione dopo
un autunno caldo di lotte operaie e proteste studentesche.
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La polizia politica (Ufficio affari riservati) e il servizio segreto
militare (che allora si chiamava Sid, Servizio informazioni
Difesa) indirizzano immediatamente le indagini verso
la sinistra. Come presunto esecutore viene arrestato un ballerino
anarchico, Pietro Valpreda, identificato da un tassista
che sembra un teste inattaccabile, perché ha la tessera del
Partito comunista italiano: quel riconoscimento, stabilirà il
processo, fu però manipolato dal questore Marcello Guida.
La notte del 15 dicembre, nei primi interrogatori dopo la retata
degli innocenti, muore il tesoriere del gruppo anarchico
milanese, il ferroviere Giuseppe Pinelli, precipitando da
una finestra della questura. Versione ufficiale raccontata in
conferenza stampa dai capi della polizia milanese: si è ucciso
«con un balzo felino» perché era colpevole. La sinistra
non ci crede. Ai funerali delle vittime in Duomo, in una Milano
gelida e buia alle 11 del mattino, si presentano migliaia
di operai, e i familiari delle vittime rifiutano istintivamente
l’abbraccio del ministro. Alcuni dei migliori giornalisti italiani
cominciano per la prima volta a indagare e demolire la
versione ufficiale.
Nel 1972, il commissario Luigi Calabresi, ingiustamente
indicato come responsabile dell’omicidio di Pinelli, viene assassinato
da due militanti di Lotta continua, su mandato di
Giorgio Pietrostefani, il loro capo militare e primo mandante,
e di Adriano Sofri, il leader politico: arrestati solo nel 1988,
grazie a un pentito che molti cercano di screditare, vengono
condannati dopo un processo interminabile.
Sulla strage di piazza Fontana, per i primi tre lunghissimi
anni, le indagini continuano a senso unico. La pista anarchica
crolla solo a partire dal 1971, quando in Veneto viene scoperto
per caso, durante una ristrutturazione, un arsenale murato di
armi ed esplosivi. Il covo appartiene a un estremista di destra,
legato al gruppo di Giovanni Ventura, piccolo editore a
Treviso, e Franco Freda, libraio neonazista a Padova. Grazie a
quel clamoroso riscontro ormai insperato, i magistrati veneti
Giancarlo Stiz e Guido Calogero possono riaprire un’indagine
forzosamente archiviata, che era nata dalle rivelazioni di
un amico di Ventura, l’insegnante Guido Lorenzon.
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Segreti filtrati a caldo, subito dopo la strage, quando il professore
si sente confessare da Ventura, nel tentativo di coinvolgerlo,
che le bombe di Milano e Roma sono state collocate
da un gruppo terroristico di cui fa parte. Gli anarchici non
c’entrano niente. La strage è opera di un nucleo segreto di
estremisti di destra. Che beneficia di altissime protezioni politiche
e militari. Ed è finanziato da grossi industriali nazionali.
Che sognano un colpo di Stato per fermare l’avanzata
elettorale del Partito comunista italiano. Come in Grecia. Il
golpe sperato, però, non c’è stato, per cui bisognerà far scoppiare
altre bombe, fa capire Ventura all’amico.
Lorenzon, terrorizzato, scrive un memoriale e lo consegna
al suo avvocato, che lo porta a Stiz. La pista nera viene però
insabbiata, e non dal giudice. Solo due anni più tardi, grazie
al ritrovamento dell’arsenale nascosto da Ventura a Castelfranco
Veneto, i magistrati scoprono che Freda era stato addirittura
intercettato, per tutta l’estate del 1969, da un onesto
commissario della polizia di Padova. L’ideologo neonazista
parlava apertamente di attentati e di timer. Ma il commissario
era stato rimosso e le sue intercettazioni occultate dai capi.
Recuperate le telefonate scomparse, in cui si parlava tra l’altro
di una riunione strategica dei terroristi di destra tenutasi a
Padova il 18 aprile 1969, cioè alla vigilia delle prime esplosioni,
l’istruttoria veneta viene trasmessa a Milano. Dove il
giudice Gerardo D’Ambrosio e i pm Luigi Fiasconaro ed Emilio
Alessandrini (che verrà assassinato nel 1979 dai terroristi
rossi di Prima linea) cominciano finalmente ad accumulare
prove contro il gruppo di Freda e Ventura.
Pietro Valpreda, liberato dopo tre anni di carcere preventivo,
verrà assolto già nel primo processo sulla strage. L’anarchico
dato in pasto ai giornali come «il mostro» era innocente.
Le indagini dell’ultimo decennio hanno riconfermato che fu
incastrato per superiori esigenze politiche. Nel processo più
recente, sono stati sentiti decine e decine di ex terroristi di destra
e neppure i più irriducibili hanno provato a rilanciare la
pista anarchica. A dubitare ancora di Valpreda è solo Giulio
Andreotti, il sette volte presidente del Consiglio, salvato per
prescrizione dall’accusa di complicità con Cosa nostra fino al
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1980. Il Divo sempiterno della politica italiana cita come unica
fonte dei suoi sospetti la «storia del cappotto»: un elemento
che, però, come spiegava già la sentenza di trent’anni fa, era
in realtà favorevole alla difesa dell’anarchico, che per primo
ne aveva parlato per smentire la versione dell’attentatore con
l’impermeabile sul taxi, raccontata dalla polizia.
A Milano, intanto, la nuova istruttoria sulla strage accumula
indizi sempre più pesanti contro i «disintegratori del sistema
» riuniti sotto l’ombrello politico di Ordine nuovo, l’organizzazione
poi confluita nel Movimento sociale italiano e
che aveva come leader nazionale l’onorevole Pino Rauti. I magistrati
accertano, tra mille altre scoperte, che valigie uguali
a quella contenente la bomba rimasta inesplosa (che aveva
uno speciale cordolo con il prezzo) furono vendute a Padova,
pochi giorni prima della strage, a un cliente straordinariamente
somigliante a Freda: la questura l’aveva saputo subito,
ma aveva taciuto. Mentre a Milano, la polizia politica faceva
incredibilmente esplodere la bomba rimasta intatta, dimenticandosi
però di farne sparire la fotografia con il cordolo.
La conferma più importante arriva dalla perizia tecnica sui
timer utilizzati per i cinque attentati del 12 dicembre: sono
esattamente identici ai cinquanta acquistati personalmente
da Freda, che non sa dire dove siano finiti e che improvvisa di
averli ceduti a un fantomatico capitano palestinese, Hamid,
mai rintracciato perché inesistente.
L’indagine sale al secondo livello quando i magistrati sequestrano,
in una cassetta di sicurezza, i rapporti scritti da
Ventura al suo referente nei servizi, Guido Giannettini, agente
segreto stipendiato dal Sid con la copertura di giornalista
(il primo di una lunga serie): il gruppo terroristico di Freda e
Ventura, insomma, riferiva direttamente a un uomo del Sid.
Per mesi, i vertici del servizio segreto militare oppongono ai
magistrati il segreto di Stato. Il primo a farlo cadere è Andreotti,
che ne parla a sorpresa in un’intervista (spiazzando
gli alleati di governo), quando ormai i giudici milanesi sanno
tutto. La svolta definitiva si profila nel 1973, quando Ventura,
in carcere, confessa la propria partecipazione a tutti gli attentati
preparatori della strage: dagli ordigni all’università di
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Padova e alla fiera di Milano, per cui erano stati arrestati ingiustamente
altri anarchici, fino all’ondata di bombe sui treni
dell’estate 1969. Anche se Ventura ammette solo gli attentati
rimasti (per fortuna) senza vittime, la sua “semiconfessione”
sembra l’inizio della fine per tutti gli stragisti. Invece, da quel
momento, si scatena la reazione. Almeno due ufficiali del Sid
organizzano la fuga all’estero degli accusati di terrorismo
che potrebbero parlare: i servizi forniscono persino i passaporti
di copertura, cioè veri documenti con false generalità,
e finanziano la latitanza dei ricercati. Poi, proprio mentre il
giudice D’Ambrosio firma un mandato di comparizione per
l’ammiraglio Henke, il numero uno del Sid, la Corte di cassazione
trasferisce l’intero processo a Catanzaro. Per “legittimo
sospetto” nei confronti dell’ambiente giudiziario di Milano:
una leggina che troverà nuove fortune con i governi Berlusconi.
Anarchici e neofascisti, dunque, verranno processati insieme,
come se fossero sullo stesso piano. I familiari delle vittime
protestano per lo «scippo», la stampa democratica tuona
contro Roma «porto delle nebbie», i magistrati milanesi non
possono più indagare. Prima di perdere ogni competenza, il
pm Alessandrini scrive in una notte un atto d’accusa memorabile
per umiltà e chiarezza, che consente a D’Ambrosio di
chiudere l’istruttoria prima che altri possano insabbiarla.
In Corte d’assise, a Catanzaro, sfilano i vertici del potere politico,
da Andreotti a Rumor e Tanassi, che si contraddicono o
non ricordano. Le udienze più importanti vengono trasmesse
in diretta televisiva dalla Rai. Nel 1979, Freda, Ventura e Giannettini
vengono condannati all’ergastolo. Ma in Appello sono
tutti assolti dall’accusa di strage. Dopo due annullamenti, la
sentenza diventa definitiva nel 1987. Le motivazioni dell’assoluzione
sono stupefacenti: è vero che i timer delle bombe erano
identici a quelli di Freda, ma astrattamente non si può escludere
che qualche terrorista rimasto ignoto ne abbia usati altri dello
stesso modello, mai ritrovati. La sentenza finale, comunque,
conferma che Freda e Ventura sono terroristi di estrema destra
e li condanna a quindici anni di reclusione per ventuno dei
ventidue attentati del 1969: tutti tranne piazza Fontana.
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Condanna definitiva anche per il generale Maletti e per il
capitano Labruna, per il conclamato favoreggiamento della
fuga dei ricercati. Ventura, protetto dalla dittatura in Argentina,
non ha mai scontato la pena. Nel 1980, quando i magistrati
milanesi (quelli che indagano sul banchiere Sindona
per l’omicidio Ambrosoli) scoprono le liste della P2, tra gli
affiliati alla loggia di Gelli spuntano, insieme a tutti i vertici
dei servizi, anche Maletti e Labruna.
Negli anni Novanta, dopo una seconda ma inutile maxiistruttoria
contro altri camerati di Freda – tra cui spicca Massimiliano
Fachini, sempre assolto dal concorso in strage – il
giudice Guido Salvini riapre le indagini, partendo da un soprannome
scoperto dai magistrati del primo processo di Catanzaro,
quelli che avevano condannato tutti i neri: zio Otto,
il fornitore dell’esplosivo. È Carlo Digilio, condannato nel processo
veneziano del pm Felice Casson contro Ordine nuovo e
quindi fuggito a Santo Domingo. Arrestato, Digilio si pente e
accusa Carlo Maria Maggi, l’ex reggente degli ordinovisti per
il Triveneto, e Delfo Zorzi, latitante a Tokyo, dove è diventato
milionario. Ma anche il nuovo processo finisce come il primo:
tutti condannati in primo grado, tutti assolti in Appello e Cassazione,
perché «la prova è rimasta incompleta». Con implacabile
legalismo, la Suprema corte impone ai familiari delle
vittime di pagare le spese processuali. Sembra una giustizia
capovolta, che condanna le vittime invece dei colpevoli.
Ma nessuna condanna non significa nessuna verità. La
stessa sentenza definitiva della Cassazione, infatti, spiega,
ai pochi che l’hanno letta, che le nuove prove raccolte negli
anni Novanta rendono storicamente certa «la responsabilità
di Freda e Ventura per la strage di piazza Fontana», che fu
organizzata ed eseguita dal loro «gruppo eversivo costituito
a Padova nell’alveo di Ordine nuovo». Una condanna morale
che non può avere «effetti giuridici» perché i due neonazisti
sono già stati «irrevocabilmente assolti» nello storico processo
di Catanzaro. Altro colpevole non punibile, come conclude
sempre la Cassazione, è il pentito Carlo Digilio, che dunque
non va assolto, ma può salvarsi con la prescrizione. Quando
ammette la sua complicità, precisa la Suprema corte, Digilio
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è «credibile», ma la sua confessione è «parziale», perché di
fronte alla strage tenta falsamente di «ritagliarsi un ruolo di
osservatore spinto da un incarico di intelligence per i servizi
americani». Proprio le sue pasticciate rivelazioni sulla Cia,
che sembravano la grande novità dell’inchiesta di Salvini, diventano
così un boomerang, come i troppi «colloqui investigativi
» con un carabiniere del Sismi, che ha finito per fornire
al pentito i dati sugli esplosivi, anziché riceverli da lui. Un
disastro istruttorio, aggravato dall’ictus che nel frattempo ha
fatto perdere la memoria a Digilio (quasi fosse la metafora
di un paese): una cattiva gestione dell’unico pentito che ha
finito per rovinare anche l’effetto della «veridicità e genuinità
» delle accuse dell’altro testimone chiave, Martino Siciliano,
che l’imputato Zorzi avrebbe corrotto nel tentativo di farlo
tacere. Rientrato in Italia dopo l’immancabile fuga all’estero,
l’ex ordinovista ha scelto di deporre «per rispetto del dolore
dei familiari delle vittime». Siciliano, però, ha potuto riferire
solo ciò che sapeva: la prima fase del programma stragista,
fino alle bombe sui treni.
Ora i magistrati della procura di Milano hanno aperto un’ultima
istruttoria, ancora senza indagati, nel tentativo di scoprire
altri spezzoni di verità giudiziaria. La nuova inchiesta parte
dalla testimonianza, al processo per la strage di Brescia, del
neofascista Gianni Casalini, che negli anni delle bombe nere fu
un informatore (con il nome in codice di “fonte Turco”) del Sid
di Maletti. E che ora ha confessato di aver collocato personalmente
due ordigni sui treni alla stazione di Milano, nell’agosto
1969, insieme a Ivano Toniolo, un giovane pupillo di Freda misteriosamente
sparito dall’Italia ancor prima che cominciassero
le indagini sui terroristi neri. Tutto questo, Casalini l’aveva
raccontato già allora agli uomini di Maletti che, invece di informare
i magistrati, ha fatto sparire tutte le carte.
Ora, forse, il generale comincia a essere stanco di essere l’ufficiale
di grado più alto a sopportare tutto il peso dei depistaggi
di piazza Fontana. Tra tanti segreti ormai sepolti insieme ai
loro custodi, solo un personaggio del suo livello potrebbe in17
dicare le complicità superiori, le coperture internazionali. E i
nomi dei mandanti che nessuna inchiesta ha ancora svelato.
La notizia più bella, a questo punto, è che nell’Italia di oggi
ci sono tre giovani giornalisti di straordinario talento che
hanno ancora voglia di scavare nei segreti di Stato, di studiare
montagne di atti processuali e di affrontare viaggi e rischi di
una missione in Sudafrica per interrogare, più che intervistare,
il generale Maletti. Per capire le sue parole, i suoi silenzi, le sue
allusioni, forse basta riprendere in mano la relazione finale della
storica commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta da
Tina Anselmi, sulla loggia massonica segreta Propaganda 2,
per gli amici P2. Una sintesi straordinaria di un lavoro esemplare,
ovviamente screditato da chi ha opposti interessi: un documento
di poco più di cento pagine che spiega con chiarezza
che le due vite della loggia filo-atlantica rappresentata da Licio
Gelli, poi condannato come bancarottiere del crac Ambrosiano
e depistatore della strage di Bologna. A farla breve, nel quinquennio
1969-74, gli anni delle stragi, nella P2 entrano soprattutto
le gerarchie militari, riunite nel segno dell’autoritarismo e
del golpismo, mentre la loggia di Gelli finanzia segretamente i
terroristi di destra. Poi cambia lo scenario internazionale: negli
Stati Uniti lo scandalo Watergate abbatte il presidente Nixon,
innescando un effetto domino che in Grecia, per esempio, fa
cadere il regime dei colonnelli. Mentre in Italia i terroristi rossi
cominciano a uccidere, per cui la destra eversiva non ha più bisogno
di mettere le bombe per spaventare gli elettori di centro
e criminalizzare l’opposizione di sinistra.
Fatto sta che nel 1976 anche la P2 cambia linea. Basta eversione,
ora si reclutano banchieri, imprenditori, finanzieri, politici,
funzionari, giornalisti e magistrati, per un nuovo progetto
sintetizzato nel cosiddetto “piano di rinascita democratica”:
una specie di golpe bianco, che prevede di conquistare
le istituzioni e svuotare la democrazia dall’interno, senza
violenza visibile. Per cambiare un’Italia che votava sempre
più sinistra, per esempio, la ricetta era di cambiare la cultura
popolare importando il modello americano della tv commerciale:
parola d’ordine, «dissolvere il monopolio pubblico televisivo
in nome della libertà d’antenna».
Perché continuare a scavare nei segreti di piazza Fontana?
Perché insistere ancora oggi a fare domande ai vecchi protagonisti
della strategia della tensione? Forse perché in Italia
hanno vinto loro.






Già ma i cattivi sono i comunisti Vero!! Assassini neri in un paese che li ha sempre protetti!!
Ho letto il libro. Complimenti Ottimo lavoro!