Gianfranco FINI «fascista immaginario». INTERVISTA a Enzo PALMESANO (notiziegay)


Intervista a cura di Enrico Oliari

GIANFRANCO FINI - SFIDA A BERLUSCONI di Enzo PalmesanoEnzo Palmesano, casertano, è stato capo servizio politico del Secolo d’Italia e membro del Comitato centrale del MSI-DN. Giornalista conosciuto, ha avuto gli onori della cronaca in occasione del Congresso di Fiuggi del 1995, quando riuscì a far approvare un emendamento per certi versi storico: la nascente Alleanza Nazionale chiudeva con l’antisemitismo e l’antisionismo.
«Gianfranco Fini. Sfida a Berlusconi» (Aliberti ed.) è il suo ultimo instant book, dove, con un’intelligente introspezione, traccia l’immagine caleidoscopica del Fini di ieri e di oggi. “Fini, in materia di diritti civili, È l’erede di Pannella?”, si chiede Palmesano. Oppure il finismo è una dottrina filosofico-politica sé stante e per certi versi innovativa? Che ci fa il co-fondatore del PdL in un movimento che in più occasioni ha dimostrato di mal sopportarlo? E la Lega, il partito del “Senatùr”, lo ignora o lo teme?

Palmesano, la confluenza di Alleanza Nazionale nel Popolo della Libertà è stato, come dice Fabio Granata, un atto dovuto dal momento che il partito di Fini si stava comunque “berlusconizzando”. Che ne pensa?

«E’ la tesi di Fabio Granata; e se è fondata, si tratta dell’ammissione di una sconfitta politica. Ma negli ambienti finiani è in voga pure un’altra lettura, secondo la quale l’unica strada per togliere a Berlusconi la leadership del centrodestra sarebbe stata quella di batterlo nella guerra intestina ad un partito unico. Una strategia mutuata dalla battaglia di Sarkozy contro Chirac nel partito neo-gollista francese. Confluenza nel partito unico, il Pdl, insomma, come passaggio tattico necessario nella strategia per sconfiggere Berlusconi e il berlusconismo. Per ora, non sembra che questa scelta di Fini e dei finiani sia stata coronata dal successo».

Marcello Veneziani e non solo ha sostenuto che Fini abbia tradito Berlusconi ed ogni tipo di destra. Secondo lei Fini è di destra o di sinistra?

«Veneziani, che è un brillante intellettuale di destra, dal suo punto di vista ha ragione. Lasciamo però perdere le accuse di tradimento che non portano da nessuna parte. Comunque, molte delle cose che dice Fini oggi – in netta contraddizione con il Fini almirantiano di ieri – sono inquadrabili in un percorso di sinistra riformista e radicale. La destra in Italia si è configurata – a differenza della destra francese, che è antifascista – come prosecuzione e nostalgia del fascismo; uscire dal tunnel del neofascismo, a mio avviso, significa anche dire addio alla destra. Le storia politiche sono naturalmente diverse, seppure intrecciate, ma bisogna ricordare che Pino Rauti, con il suo neofascismo rivoluzionario, anticapitalista, terzomondista e sinistreggiante, disse di voler mettere in discussione l’etichetta di destra. Attualmente, nei fatti, lo stesso Fini mette in discussione l’etichetta di destra».

“Remare contro”: la visione di Fini di una Destra moderna si appoggia sull’intenzione di superare vecchi steccati ideologici o è motivato il sospetto secondo cui cercherebbe di garantirsi un ruolo e quindi di mantenere una sorta di duopolio nel PdL?

«Sono vere entrambe le cose e, allo stesso tempo, sono tra di loro in contraddizione. Nel finismo c’è la battaglia interna al Pdl ma anche un’ansia di superamento, di fuoriuscita dalla destra. A me pare che lo scontro interno al Pdl sia perdente per Fini, ma credo che la voglia di superamento di vecchi steccati ideologici sia molto interessante, non so se destinato a restare nell’ambito del centrodestra o a guardare oltre, a un approdo appunto radicaleggiante con la sfida dei diritti civili. In un’intervista a Radio Radicale – rispondendo alle domande del direttore Massimo Bordin – ho sottolineato che per il mondo ex missino Marco Pannella è sempre stato un interlocutore ma anche una tentazione».

Nel suo libro osserva che Fini abbia saputo valorizzare il ruolo degli intellettuali a proprio vantaggio. Anche più di Berlusconi, proprietario di giornali e di televisioni?

«Fini ha cercato la sponda degli intellettuali in funzione anti-Berlusconi e per accreditare se stesso come il moderno principe del rinnovamento della destra e della difesa delle Istituzioni, in un percorso di patriottismo costituzionale. Fini ha invidiato a Sarkozy la capacità di avere il plauso degli intellettuali di sinistra, ma in Francia è stato più facile perché tra la destra neo-gollista e gli intellettuali di sinistra vi è il terreno comune dell’antifascismo. In Italia, invece, l’eredità fascista impedisce una eguale sintonia; quindi il terreno comune tra Fini e gli intellettuali di sinistra e può essere solo l’anti-berlusconismo. Del resto nel mio libro dedico un capitolo all’antiberlusconismo di destra come gemello dell’antiberlusconismo di sinistra. Quanto più Fini sarà anti-berlusconiano, avrà l’appoggio degli intellettuali di sinistra; qualora, al contrario, dovesse firmare una tregua con il Cavaliere, Fini sarebbe additato come servo di Berlusconi».

Giudizi sul Sessantotto a parte, pensa che la Destra di Sarkozy sia più vicina al finismo o al berlusconismo?

«Sarkozysmo e berlusconismo hanno in comune la diversità rispetto alle radici fasciste della destra italiana. Sarkozy ha raccolto l’eredità gollista, Berlusconi l’eredità del blocco sociale e politico dei partiti centristi e di sinistra riformista della Prima Repubblica. Fini ha guardato per molto tempo a Sarkozy sperando che alla vittoria della destra in Francia potesse corrispondere la vittoria della destra in Italia; Fini pensava a se stesso come al Sarkozy italiano. Ma le due destre sono diverse, le divide il peso della storia, essendo antifascista la francese e neofascista l’italiana. Per quanto riguarda il giudizio sul ’68, Fini ha dato un duro colpo alle credenze della destra (anche alla destra sarkozysta) parlando della contestazione giovanile come di “un’occasione perduta per la destra italiana”, individuando in quella stagione non l’origine di tutti i mali ma l’inizio di un rinnovamento profondo, una rivoluzione libertaria e di libertà. Sul ’68 vi è stata una delle più interessanti accelerazioni del finismo».

Lei ricorda che Fini è stato descritto dal liberale “the Nation” come il “leader più lungimirante, responsabile e democratico della Destra italiana”. Rimanendo tuttavia nella dimensione di casa nostra, definirebbe Gianfranco Fini come uomo della Destra liberale piuttosto che social-libertaria?

«Se Fini resterà nell’ambito della destra, non riuscirà a liberarsi definitivamente dell’eredità neofascista. Non a caso, appare più interessante e politicamente intelligente quando fa incursioni nel campo della sinistra riformista, radicale e repubblicana, con la difesa dei diritti civili e con la rivendicazione del patriottismo costituzionale. In merito ai complimenti di “The Nation”, Fini piace ai liberal (che non sono “liberali”, ma di sinistra) in quanto anti-berlusconiano; per questo all’ex leader di An fanno molti sconti sull’eredità neofascista e sulle evidenti e irrisolte contraddizioni».

Il Fini di un tempo era in odore di xenofobia, oggi parla di jus solis e di cittadinanza breve. Opportunismo, evoluzione o contraddizione?

«C’è una dose di opportunismo e ci sono contraddizioni irrisolte, come ad esempio sull’immigrazione. Fini finalmente si è accorto che andare a braccetto con Le Pen e con quanti la pensano come il leader xenofobo francese non porta da nessuna parte, dopo che lo aveva portato nientemeno che alla famigerata scampagnata alla corte di Saddam Hussein. C’è anche una revisione autentica, nel finismo, ma occorrono passi politicamente concreti. Una concretezza che finora non c’è stata, o c’è stata solo in parte. Fini ha beneficiato delle aperture del mondo anti-berlusconiano, ma la realtà del finismo è molto contraddittoria».

Secondo Marcellini “l’identità italiana sarebbe fondata sulla diversità culturale”: pensando alla questione degli extracomunitari clandestini e non, come giudica il fatto che nella stessa coalizione di centrodestra coesista l’ala finiana e il partito della Lega Nord?

«Nel centrodestra possono coesistere la Lega Nord, con le sue pulsioni xenofobe, e il finismo perché Fini usa tante belle parole, non perde occasione per rilasciare frasi ad effetto, ma la linea politica sull’immigrazione è quella del Carroccio e del Fini di ieri. Ed è una politica xenofoba, razzista, di violazione dei diritti umani. Non dimentichiamo che in Italia vige la legge Bossi-Fini, di impianto xenofobo. Per non parlare della Fini-Giovanardi, in materia di stupefacenti, anch’essa illiberale in quanto colpisce pure i consumatori di tali sostanze. Vale la pena di ricordare che il vituperatissimo Berlusconi non ha mai legato il proprio nome a leggi odiose come la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi».

Potremmo dire che il Fini di oggi abbia lasciato alle spalle la Legge Bossi-Fini?

«Se Fini vuole lasciarsi alle spalle la famigerata Bossi-Fini (e il cosiddetto pacchetto sicurezza) deve fare una proposta di legge per abolirla e cercare i voti in Parlamento, anche a costo di mettere in minoranza la Lega Nord e il governo di centrodestra. Sui diritti umani non ci possono essere mediazioni o ambiguità. Ci sono intellettuali di sinistra (come quelli che ruotano intorno alla rivista Micromega) che, allo stesso tempo, raccolgono firme contro le “leggi razziali anti-immigrati” e rilasciano patenti di democrazia, anti-razzismo e anti-berlusconismo a Gianfranco Fini. Fini non può ulteriormente godere di questi sconti; e cominci lo stesso Fini a non fare sconti a se stesso».

L’emendamento Palmesano sulla condanna dell’antisemitismo e dell’antisionismo fu la cartina di tornasole per dare concretezza alla “Svolta di Fiuggi”. Oggi Fini riceve le associazioni gay alla Camera: ritiene che per il finismo i diritti dei gay possano rappresentare una nuova frontiera per il riscatto della destra italiana dalla storia?

«La presentazione dell’emendamento Palmesano ha rappresentato l’inizio della fine per il suo autore, la mia morte politica in Alleanza nazionale. Io aspetto che Fini mi chieda scusa, voglio essere – come si diceva nei regimi comunisti – “riabilitato”. Ricordo che un se possibile ulteriore accanimento nei miei confronti vi fu quando, da componente dell’Assemblea nazionale di An, partecipai al Gay Pride del 2000 a Roma. Palmesano, quindi, non solo “ebreo” ma anche “gay”. Naturalmente ho molto apprezzato la decisione di Fini di ricevere le associazioni gay alla Camera dei deputati, un gesto di grande rilevanza, ma l’ex leader di An non ha mai sentito il bisogno di scusarsi per la famosa e incredibile scivolata sui maestri omosessuali. Sul piano della concretezza politica, per i diritti delle persone omosessuali vale lo stesso discorso che facevo sull’immigrazione: Fini presenti proposte nuove, altrimenti prevale sempre il “finismo debole”, cioè un finismo che non incide nella politica. E il “finismo debole” non è solo irrilevanza politica ma anche il terreno di coltura dell’ambiguità e della contraddizione».

Enzo Palmesano è, come direbbe Luciano Lanna, un “fascista immaginario”?

«Lo sono stato. Ho chiamato fascismo il mio ribellismo, la mia voglia di rivoluzione, la mia scelta di campo a favore dei più deboli, il mio anticapitalismo. Era un fascismo immaginario, ben diverso dalla realtà storica del fascismo. Non sono mai stato un uomo di destra, nel mio impegno politico e nella mia contraddizione mi sono sempre definito un fascista di sinistra».

Tratto da: http://notiziegayit.blogspot.com/2010/06/gianfranco-fini-sfida-berlusconi-di.html

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