Oggi, 29 settembre, il beat italiano si riunisce a Modena per ricordare Edmondo Berselli, il grande “intellettuale pop da poco scomparso
di ANDREA SCANZI
MODENA – Schivo com’era, chissà se una festa così gli sarebbe piaciuta. Probabilmente ne avrebbe apprezzato suoni e intenti, standosene però alla larga. Sfoggiando quel suo studiatissimo cinismo apparente: la corazza prediletta.
Edmondo Berselli se n’è andato lo scorso 11 aprile. Era tra i pochi ad avere qualcosa da dire e sapeva dirla. Ancor meglio scriverla. Ne è prova ulteriore L’economia giusta (Einaudi). Non ha l’allegria fulminante degli altri libri, perché non c’era più nulla da ridere, ma non ha neanche nulla di postumo: vivissimo, piuttosto. Capace di coniugare Marx e la Rerum Novarum di Leone XIII.
Impietosamente lucido nel sostenere come, fallito il liberismo, «Dovremo adattarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. (..) Tutti noi dovremo rallentare. Proviamoci con un po’ di storia alle spalle, con un po’ di intelligenza e di umanità davanti».
Già, «umanità». Quella che in Liù, biografia morale della sua labrador e istantanea di un’esistenza al crepuscolo, lo aveva spinto ad ammettere, mollando gli ormeggi di una vita spesa a sembrar burbero: «Un po’ alla volta io comincio lentamente, quasi insensibilmente, ad amare tutti gli esseri viventi. Lo so, l’ho detta grossa». E il bello è che lo scriveva dopo aver reiterato provocazioni in punta di penna, sport non per tutti ma per lui sì: «Questa è la vita conservatrice di un progressista, fatta di piaceri così semplici da risultare elementari (..) Parlando male di tutti (..) Contro il conformismo pensoso di Fabio Fazio, contro le modeste volgarità della madamìn Littizzetto, contro tutti gli idola tribus che riempiono continuamente di applausi lo studio di Che tempo che fa, santuario e cenacolo dei ceti medi riflessivi». E giù, bordate e tiri mancini.
Oggi nessuno parlerà male di lui. Non Modena, suo microcosmo e «piccola città bastardo posto» nell’accezione gucciniana. Oggi è il 29 settembre e la città celebra il beat, di cui è stata culla. Lo fa con esibizioni di giovani band in centro (dalle 16) e un concerto dalle 20 in Piazza Grande (se piove al Teatro Storchi). Baccini, Modena City Ramblers, Rats, i figli di Ivan Graziani e Pierangelo Bertoli (Filippo e Alberto), l’ex bassista di Ligabue «Rigo» Righetti.
Una giornata dedicata a Berselli, cantore di quel genere in programmi, editoriali e libri. Alle 19, in Largo di Porta Bologna, ribattezzata Piazza 29 settembre, verrà scoperta una stele a lui intitolata. Riporterà parole berselliane su quegli anni, quando il cambiamento era «sentimento non ancora programmatico ma collettivo, condiviso, sentito da tutti come una specie di destino a cui si è chiamati, e che ciascuno interpreta alla propria maniera, ora festosa, ora arrabbiata, perché in ogni caso il mondo è giovane». Renzo Arbore ricorderà «quel gran genio del mio amico». E Shel Shapiro, rinato con lo spettacolo Sarà una bella società concepito proprio da Berselli, suonerà pensando a «quel fratello minore sempre sognato e mai avuto, divenuto subito il mio fratello maggiore, entusiasta come un bambino e maestro di vita».
Andandosene, Eddy ha lasciato deserti. La sfilata inesausta alla camera ardente l’avrebbe stupito, come pure la Chiesa gremita. Le lacrime di tutti, dagli amici stretti – Beppe Cottafavi, Leo Turrini (che presenterà la serata) – alla compagna discreta e mai assente, Marzia Barbieri.
Naturale ricordarlo nella sua città e con la sua musica. Che c’è sempre stata. Suonava la chitarra non appena poteva, ne scriveva quando voleva. Compiaciuto nel massacrare la cerebralità di Fossati o la sopravvalutazione di Allevi. Stupito di fronte al fanatismo per Ligabue («Cosa ci trovano? Dev’essere un fenomeno metafisico»). Più spesso, divertito. Quando ascoltava Battisti, che adorava senza reticenze. Quando duellava con Guccini, l’unico cantautore che stimava davvero («Gli altri raccontavano favole, lui narra la vita della gente»). Quando i Pooh andavano a trovarlo («Non sembra, ma tecnicamente sanno suonare»). Oppure quando – nei mesi finali, costretto a letto – ricevette la visita di Claudio Baglioni. Rimasero insieme un giorno intero. Berselli si divertì a smontare i testi più deboli dell’ospite. Che, nel frattempo, rideva.
Geniale per indole, iconoclasta per vocazione, eclettico per sopravvivenza, Berselli vedeva nel beat una sorta di brodo primordiale non ancora contaminato dall’ideologia. Un Eden affatto deludente, in cui sognare non costava nulla. Stasera, al suo posto, lo faranno altri. Non sarà la stessa cosa.
Tratto da La Stampa.it
29.09.2010
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