VALLANZASCA SOLO IO SO DAVVERO CHI E' – di Edoardo Montolli


In attesa del film sul noto bandito degli anni 70, che verrà presentato a Venezia, la donna che lo ha amato per tutta la vita ci svela il lato privato del bel René.

– Testo di Edoardo Montolli –

«Avevamo entrambi nove anni, al Giambellino, quartiere popolare di Milano. Per lui diventai subito la “sorellina”» racconta Antonella D’Agostino, 60 anni, da due moglie di Renato Vallanzasca (il “bel René” che negli Anni 70 imperversava nelle pagine di “nera” come autore di rapine e sequestri, ndr) e da cinquanta il suo amore nell’ombra.

«Per come la ricordo, la sua infanzia fu segnata da immani tragedie. Il primo furto di cui seppi fu una stufa che prese da un negozio e che regalò alla sciura Wanda, un’anziana del quartiere che in un gelido inverno stava crepando di freddo. All’epoca nemmeno sapevo cosa volesse dire ladro».

Presto però arriva il carcere minorile, il Beccaria.

«Andavo a trovarlo coi suoi genitori, mi facevano passare per la sorella vera. E ogni pomeriggio comunicavamo urlando dai finestroni dell’edificio».

Quando uscì, Vallanzasca cominciò a macchiarsi di una serie di crimini, che gli sono costati quattro ergastoli e 260 giorni di reclusione.

«Mi sposai che ero ancora minorenne. Renato era contento e pensava che sarei sparita. Ma era o non era mio fratello più grande? E poi vivevo sulla mia pelle il divario tra ciò che scrivevano i giornali sulla belva sanguinaria e il ragazzo che conoscevo io. Uno che, giusto per fare un esempio, dal lontano 1979 affidava a me e a sua mamma i soldi perché aveva deciso di adottare tre bambine a distanza. Tanti anni più tardi, una è diventata maestra d’asilo, altre due le ha aiutate a laurearsi e una di loro è oggi uno stimato medico pediatra. L’ultima, Sanika, una bimba di Dacca, da nove anni è sotto la sua tutela e ringrazia il papà italiano perché riesce ad andare a scuola».

A raccontare la lunghissima storia di Antonella e Renato c’è un solaio pieno di lettere.

«Ce le scrivevamo ogni giorno, anche di 10-15 pagine, in cui il personaggio pubblico spariva e c’era il vero Renato che amavo fin da piccola. Gli unici periodi nei quali non ebbi sue notizie fu quando lo confinarono nei cosiddetti braccetti della morte, la cui esistenza venne spesso negata dalle autorità. Per il resto avevo un giorno la settimana per vederlo e portargli da mangiare, pioggia o neve, estate o inverno che fosse, ero sempre lì. Pacchi da venti chili che non bastavano mai, per cui m’inventavo pacchi postali o pacchi da dare ad altri detenuti che non ricevevano nulla per superare il tetto previsto. Diventai il suo occhio sul mondo esterno, sulla realtà che fuori cambiava mentre in carcere era sempre tutto uguale».

LE DONNE AMAVANO IL “MALEDETTO, IO L’UOMO

Antonella non era l’unica a scrivere a Vallanzasca in carcere. C’erano pure diverse spasimanti.

«La fama di sciupafemmine se l’era creata bene. Ma non riesco proprio a capire queste sgallettate che gli mandavano lettere d’amore e si esaltavano per i casini che aveva combinato e per i quali io invece stavo malissimo. Quanto alle poche donne importanti che ha avuto, io ero sua complice, lo consigliavo. Alcune le ho conosciute. In fondo, ero la sua sorellina, che tutti ignoravano e che voleva sempre proteggere dal mondo e dalle sue follie. Quando fece la clamorosa evasione dall’oblò del traghetto a Genova nel 1987, ad esempio, sapeva benissimo che stavo in Liguria, a due passi dal porto. Ma piuttosto che rischiare di coinvolgermi rifugiandosi da me, se ne andò dritto a Milano, a piedi».

Fino a una decina di anni fa l’amore fraterno. Poi qualcosa è cambiato.

«L’abbiamo capito tardi entrambi. Mi ero separata da tempo, avevo fatto la parrucchiera, aperto un chiosco di fiori, lavorato nel volontariato, ma il mio pensiero andava sempre a Renato. E il suo a me. Credo di essermi innamorata quando mi sono accorta che stava pagando in silenzio molto di più del dovuto in un Paese dove rispetto a lui, che è dentro da quarant’anni, se la sono cavata con poco persone che hanno fatto stragi, sciolto bambini nell’acido. E ti resta un senso di rabbia, perché capisci che la legge non è uguale per tutti».

OGGI LUI È UN’ALTRA PERSONA

Ma come si vive con un uomo condannato al carcere a vita?

«Ti accontenti dell’emozione di una telefonata o dei sogni a occhi aperti: gli scrivevo di immaginare di andare al lago o al mare. E il giorno dopo ce lo raccontavamo in una nuova lettera. Pare un gioco infantile, ma è l’unico modo per sopravvivere a un ergastolo che da quarant’anni vivo praticamente anch’io».

Più recentemente una vacanza vera però c’è stata.

«Lo scorso anno, durante la convalescenza per l’operazione che ha fatto all’anca, siamo stati a Mondragone, il mio paese nativo, Sabaudia e Taormina. È stata l’unica occasione in cui abbiamo respirato aria di libertà».

Oggi Vallanzasca esce dal carcere alle 7,30 e rientra alle 18.

«Ha 45 giorni l’anno di permesso che passa andando nelle comunità, come Il Gabbiano di Lecco, tentando di rimediare al suo passato. È una persona diversa, basterebbe chiederlo alle guardie. Lui, che era il re delle evasioni, un giorno è rimasto un’ora ad aspettare che gli riaprissero le porte della prigione perché l’addetto non era ancora arrivato. Ma io farò di tutto perché gli venga riconosciuta almeno la semilibertà».

Il film su di lui che Michele Placido presenterà il 6 settembre alla Mostra del cinema di Venezia, fuori concorso (Vallanzasca – Gli angeli del male, protagonista Kim Rossi Stuart), sarà fedele alle condanne che gli hanno inflitto. Ma per diversi degli omicidi per cui è dentro, a partire da quello di Massimo Loi, decapitato in carcere durante un tentativo di evasione, ci sono molti dubbi.

«Parecchie sono le verità che presto o tardi verranno a galla, ma Renato non chiederà mai una revisione processuale finché non sarà libero. Potrebbe essere vista come una scorciatoia. Quando
da giovane il suo legale gli disse che poteva farsi passare per pazzo, gli rispose: “Avvocato, non diciamo cazzate”. Ecco, nel prendersi le sue responsabilità, Renato non è mai cambiato»
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Edoardo Montolli
Tu Style | 01.09.2010

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1 Response to “VALLANZASCA SOLO IO SO DAVVERO CHI E' – di Edoardo Montolli”


  • e come lo spiega la signora d’agostino che dopo averla sposata si e’ incontrato con la pr facendosi pure beccare? lui non pensava a lei mentre metteva in gioco la sua semiliberta’? Povera illusa, lei non e’ certo meglio delle sgallettate che tenta di denigrare per gelosia, chissa’ quante corna le ha fatto e lei si beve tutte le cazzate di un vallanzasca che non cambiera’ mai, uno che vigliaccamente minaccia pretende altro che gentiluomo!!! Balle un anonimo che minaccia anche le donna mavadavialciap raccontate la verita’ finiamola con la finta leggenda. Bako.

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