“Mistero di Stato” di Mario Almerighi
La strana morte dell’ispettore Donatoni
► Prefazione di Furio Colombo
“Storia, sentenza, verità”
“Soffiantini, Donatoni. Vi dicono niente questi nomi? I lettori che hanno acquistato questo libro, sanno di certo chi è Mario Almerighi. Molti ricordano il “pretore d’assalto” che ha rivelato un profondo, indimenticato scandalo della vita pubblica italiana, quando è entrato impetuosamente nei discorsi di tutti il termine “petrolio” come parolacodice del potere e della corruzione italiani. Parola che ha intrapreso un percorso fondamentale e audace, che arriverà fino a Petrolio di Pasolini.
Se ci fosse un Guinnes dei primati della Giustizia, Mario Almerighi vi sarebbe iscritto non solo come il magistrato più giovane e coraggioso che ha lasciato un segno nella storia della Repubblica in anni alquanto difficili per giudici in vena di gesti audaci e di sfide inconcepibili verso il potere. Almerighi dovrebbe essere incluso in una purtroppo inesistente lista di primati anche perché è il solo cittadino italiano che – diffamato con una dichiarazione del senatore a vita Giulio Andreotti – ne ha ottenuto una condanna. L’unica condanna che ha lasciato traccia nella vita dinamica e avventurosa di un uomo che è stato sette volte primo ministro.
Anche questo libro è un evento raro. Racconta, con la scrittura incalzante di un romanzo e il rigore logico di una sequenza di vicende svelate, accertate, provate, la storia di un giudice che rovescia una catena di indagini e una sentenza, dimostrando che la forza della giustizia è – prima di tutto – la capacità di identificare e dichiarare l’errore, anche quando quell’errore è diventato immagine di eroismo e valore e celebrazione.
Il libro racconta un’indagine. L’indagine è un congegno chiuso che contiene una verità acquisita. Quella verità è inchiodata a ogni passaggio da un’evidenza (testimonianza, dimostrazione fisica, deduzione logica) e dalla credibilità indiscussa dei protagonisti. L’inchiesta ha un peso: morte, per mano omicida, di un eroe; e un contrappeso: l’assassino è uomo della malavita, candidato naturale ma anche indifendibile, perché collocato con certezza dalla parte del crimine. Ci sono dunque due ruoli naturali, perfetti sia nell’argomentazione giuridica che nella trascrizione della letteratura.
Mario Almerighi si assume il compito di rovesciare questa storia in sé perfetta e che non chiede conferma. Si dà come compito di sconvolgere un equilibrio che è già vicenda conclusa e celebrazione. L’impegno è almeno altrettanto audace, altrettanto inaudito, come quello che ha avviato vita e carriera del giovane magistrato Almerighi.
Se tutto cominciasse nella letteratura, l’operazione apparirebbe una buona strategia narrativa, benché non priva di difficoltà persino in un racconto che – prima di raggiungere il punto critico del ribaltamento – appare rigoroso e impossibile da cambiare. Da narratore Mario Almerighi nota lievi differenze nelle sequenze e nei frammenti di storie che sono sostegno nell’esemplare punto di arrivo (ispettore coraggioso, ucciso nell’arrischiato scontro a fuoco con la malavita nel corso di un celebre rapimento), segue le rivelazioni di quelle differenze, trova tracce diverse, svela contraddizioni.
Con pazienza, pezzo per pezzo, la sua diversa indagine costruisce un’altra storia. Bel lavoro per un narratore, il libro tiene, il lettore segue perché crede nella buona letteratura. Questo racconto favorisce un piacevole equivoco, perché è scritto come un romanzo, ma non è un romanzo. È un processo. È il lavoro di un giudice. È la caparbia decisione di trovare e dimostrare la verità che giace sotto la verità, a costo di rovesciare quella verità, e di portare la vicenda nel punto opposto. Dopo aver dimostrato che ciascuno, chi in buona fede e chi no, ha raccontato un’altra storia.
Poiché non viviamo nel mondo della narrativa, ma – a occhi bene aperti – nel mondo concreto e duro della realtà, il cambio della storia, basato su un impianto ferreo, in cui non c’è più alcuna deduzione, ma solo una catena di fatti provati, produce un effetto sconvolgente. Chi è vittima resta vittima: questo è l’unico punto fermo. Per il resto, peso e contrappeso si rovesciano. Il punto chiave, più che una clamorosa assoluzione, è l’identificazione di un nuovo colpevole. Lo scrittore ha una buona mano, come i lettori che lo conoscono già sanno. Il giudice è coraggioso come allora. Come quando – da giovane pretore – aveva suscitato le ire di tutto il potere. Anche adesso ottiene quasi solo l’ammirazione e la gratitudine dei cittadini. È il solo premio dei buoni giudici”.
Furio Colombo
►Tratto da “Mistero di Stato” di Mario Almerighi
Aliberti editore, 2010






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