Monthly Archive for febbraio, 2011

SPINOZA: Martedì 1mo marzo 2011 – Milano, università Bocconi

SPINOZA. UN LIBRO SERISSIMO
a cura di Stefano Andreoli e Alessandro Bonino
MARTEDI 1MO MARZO
- Spinoza @ Bocconi
-
(no, non fate la battuta! NON FATELA!)
Università Bocconi, aula 2 (piano terra)
via Sarfatti 25, Milano
ore 18
incontro con Stefano Andreoli e Alessandro Bonino
parteciperà la prof.ssa Paola Dubini
(non è una vera e propria presentazione, si parlerà di Spinoza e di comunicazione. In ogni modo l’accesso dovrebbe essere libero, quindi se passate di lì…)
SPINOZA. Un libro serissimo” > vai alla scheda del libro | www.spinoza.it | Tratto da forum.spinoza.it

UNA DEMOCRAZIA FONDATA SUL SEX APPEAL: LA “MIGNOTTOCRAZIA” SECONDO GUZZANTI FA IL TUTTO ESAURITO AD AREZZO

AREZZO | Paolo Guzzanti racconta vecchie e nuove prostituzioni. A distanza di dieci anni Paolo Guzzanti, all’epoca editorialista e vice direttore del ”Giornale”, è tornato ad Arezzo ospite, sabato 26 febbraio, dell’iniziativa “Il Giardino delle Idee”. Nel 2000, infatti, assieme a Sandro Curzi, direttore di Liberazione e Clemente Mimun, direttore del TG2, fu premiato dall’Amministrazione Comunale con il riconoscimento Pietro Aretino per la capacità ironica con la quale aveva saputo raccontare in quegli anni aspetti della vita sociale italiana generalmente meno indagati dai mezzi di comunicazione. All’interno di un Auditorium del Museo d’Arte Medioevale e Moderna di Arezzo tutto esaurito (247 ingressi) Paolo Guzzanti ha presentato il Suo ultimo libro dal titolo “Mignottocrazia” (Aliberti editore). Al termine dell’incontro/confronto tutte le copie del libro in vendita nel desk dell’Auditorium sono andate vendute in pochi minuti e il dr. Guzzanti si è intrattenuto con il pubblico per autografare le copie e rispondere ad alcune domande. Abbiamo chiesto al dr. Guzzanti di rispondere ad alcune curiosità, ringraziandolo per aver accettato il nostro invito e di essere stato ospite della nostra città.

Paolo Guzzanti, autore riconosciuto del termine “mignottocrazia” ha sentito il bisogno di scrivere un libro per l’appunto dal titolo “Mignottocrazia”. Perché?

“Il nostro Paese sta assistendo a una deriva pericolosa nella quale alla donna viene richiesto esclusivamente un dato di avvenenza fisica. Non dividerei però il mondo femminile in due categorie assolute ovvero le belle e stupide contro le bruttine e intelligenti: ci sono numerose donne belle e intelligenti, come tante altre brutte e stupide, così come molti uomini. Per esempio, il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, che conosco da molti anni, cioè sin da quando era presidente dei Giovani industriali, è una donna in molto intelligente, con una mentalità aperta, laica. Ed è anche molto affascinante. Ho scritto un libro con un titolo scomodo e per certi versi sgradevole, ma questa sgradevolezza non è dovuta al titolo stesso, bensì a una situazione che questo titolo rispecchia: una deriva del potere che ormai si fonda su una forma di prostituzione. Non si tratta delle solite storie, vere o false, attribuite al presidente del Consiglio, alle sue personali avventure e svagatezze o alle sue serate in libertà. Questo, certamente, fa parte di un quadro generale, ma ciò a cui mi riferisco io è invece il berlusconismo in quanto sistema. Conosco molto bene Berlusconi e l’ho sentito teorizzare molto intelligentemente alcune cose. E ciò rappresenta un dato molto importante: a Berlusconi non capitano degli incidenti, non commette delle gaffes, bensì sa benissimo che, quando agisce in un certo modo, in campo sessuale ma anche in altri, egli acquista popolarità. Se si vanno a leggere bene i sondaggi, si nota che, in determinate situazioni, la sua popolarità sale anziché scendere, come talvolta qualcuno si augurerebbe, magari per motivi di buon gusto. In pratica, Berlusconi, molto più semplicemente, è convinto di poter sostituire il personale politico, che generalmente è brutto, maschile, poco attraente, ma pericolosamente indipendente, o che cerca di pensare con la propria testa, con una generazione di giovani, prevalentemente belle ragazze ma non solo, che si segnalano, fondamentalmente, per il proprio sex appeal. Questo, dunque, esclude eventuali storie sessuali o vicende piccanti che, talvolta, ci sono, ma rappresentano, nel mio libro, un dato secondario”.

Lei denuncia soprattutto questa moda che ha reso prioritaria, in politica, la cosiddetta bella presenza?

“Naturalmente: se l’avvenenza è il primo requisito, si va a penalizzare fortemente l’intelligenza e le altre qualità intellettuali, perché se si debbono scegliere cento belle ragazze e vengono scartate tutte quelle che non lo sono, questo abbassa notevolmente il livello qualitativo della selezione. Ciò lo si è capito molto bene proprio al momento della fondazione del Pdl, quando si è svolto il I° Congresso. Ne ero già fuori, ma ho seguito l’evento per televisione e lì si è visto che le prime file non erano più occupate dai vecchi politici del Partito, non c’erano Alfredo Biondi, Fabrizio Cicchitto o Antonio Martino, bensì delle persone sconosciute ma graziose, prevalentemente ragazze, ma anche alcuni ragazzi che avevano come caratteristica quello di essere belli e giovani. Nella mentalità di Berlusconi questa deve essere la modalità con cui ottenere il ricambio di sangue della politica, ottenendo, in questo modo, un parlamento di gente che poi si comporta in maniera impiegatizia, perché questi candidati vengono addirittura portati in determinate scuole dove vengono sottoposti a dei veri e propri corsi intensivi di apprendimento di regolamenti e via dicendo”.

E’ per questo motivo che in molti dibattiti televisivi si nota, in alcuni esponenti, un certo ricorso alla lettura di testi o di un intercalare del tipo: “Come giustamente ha detto il presidente Berlusconi”, oppure: “Come ritiene anche il nostro premier”?

“Sì, esattamente: una formazione da Partito comunista cinese. Cominciai a dire, allorquando iniziai a dar segni d’insofferenza, che gli incontri o le varie convention del Partito ormai sembravano i festeggiamenti di Kim Il-sung, il presidente della Corea del Nord, con tutte queste danzatrici, quel trionfo grafico di nuvole, le mascherine che ti accompagnano al posto come a teatro. Insomma, tutte cose che non servono a molto, in politica”.

Berlusconi sta commettendo questi errori perché scambia certi criteri come dei risvolti di modernità?

“Berlusconi persegue un suo fine. Secondo me, tutto questo è un errore, ma dal suo punto di vista è una cosa astutissima: egli punta a disossare, in un certo senso, la democrazia dalle sue regole incardinate. Come dice egli stesso, lui è l’uomo del fare e non gli importa dell’esistenza di quelli che chiama lacci e lacciuoli, che poi sono la Camera, il Senato, le commissioni, gli emendamenti, le votazioni, il presidente della Repubblica, la Costituzione, insomma tutto ciò che lo ostacola, ignorando – o meglio, non lo ignora affatto, anzi lo sa benissimo – che la democrazia occidentale, che non è quella di Chavez o di Putin, si fonda su due elementi, quello delle elezioni, in cui si va a votare, un Partito perde, un altro vince, il primo va all’opposizione e il secondo governa. Questo è l’aspetto competitivo della politica, ma poi c’è anche quello delle regole, delle procedure, dei pesi e contrappesi, dei check and balance, che servono espressamente a ostacolare proprio chi governa o chi ha vinto le elezioni. Quando Obama ha vinto le presidenziali negli Stati Uniti, poi si è trovato contro il Congresso e il Senato e, infine, ha perso le elezioni di medio termine. E così è accaduto anche in Francia. Ciò perché la democrazia deve avere le elezioni, con chi vince e chi perde, ma anche il momento in cui chi governa deve trovare ostacoli, cercare compromessi, fare patti anche con l’avversario politico, se necessario. Questo secondo aspetto, per Berlusconi è solo fumo negli occhi”.

Oltre al titolo, in copertina c’è anche un sommario che appare piuttosto allusivo: “La sera andavamo a ministre”. Cosa significa?

“Si tratta di un’allusione a un sistema intrinsecamente prostitutorio: allorquando si ammette che la bellezza e il sex appeal sono gli strumenti principali da utilizzare per avere successo e non la laurea o gli anni di esperienza passati in un’amministrazione pubblica, ma viceversa le tue misure o il tuo aspetto fisico, inevitabilmente si crea un’osmosi tra il comportamento pubblico-politico e quello privato. Una tendenza che ormai vediamo ovunque, poiché stiamo vivendo in un momento di grande prostituzione di massa: lo sanno bene coloro che studiano il fenomeno, per esempio, delle ragazzine che si prostituiscono per farsi ricaricare il telefonino. Se a ciò aggiungiamo tutta una serie di scandaletti o scandaloni che, a torto o a ragione, sono stati attribuiti ad alcune vicende personali del premier, emerge una cultura che proviene dalla televisione, in cui c’è tutto questo mondo di vallette, veline, meteorine, letterine e via dicendo, tutte ragazze con un bel cubetto, belle tettine, un bel visino e gambe lunghe che aspirano, naturalmente, a fare carriera, che vogliono andare al Grande Fratello, oppure vogliono fare l’assessore in qualche amministrazione regionale o addirittura andare in parlamento. E, ovviamente, si crea una sorta di scalata a conoscere, a entrare nelle grazie di quello che Veronica Lario ha definito l’imperatore, cioè il presidente del Consiglio. Poi, certamente, il premier sarà anche la persona più casta di questo mondo, come certe volte egli stesso sostiene, ma questo non è importante: quel che conta, alla fine, è il movimento, il fenomeno che si viene a creare, che uccide la dignità della donna”.

E’ giunto, a suo parere, il momento di spiegare al Paese che nemmeno l’attuale premier possieda la bacchetta magica per risolvere i problemi?

“Gli italiani da Berlusconi non vogliono riforme istituzionali o realizzazioni concrete: gli italiani votano Berlusconi perché gli piace, perché è un uomo che fa esattamente ciò che molti vorrebbero fare e non possono, ha un sacco di soldi, gli piacciono le belle donne, insomma ci rispecchia fedelmente. Ma la cosa più preoccupante e che quando Berlusconi finisce al centro di vicende piccanti, in cui l’immagine della donna viene messa in discussione e umiliata, purtroppo i sondaggi ci dicono che la popolarità di Berlusconi proprio presso le donne italiane cresce. E questo è un fatto molto indicativo, nella sua negatività. Ho sentito dire, soprattutto a Roma, in cui si parla un linguaggio talvolta greve, frasi del tipo: “Embè? A lui je piacciono le donne: sempre mejo de quelli che vanno coi froci”, dimostrando ancora l’esistenza di determinati cliché, di una certa omofobia, pregiudizi che però mantengono una loro grande presa popolare, purtroppo”.

Ringraziamo il dr. Guzzanti per la simpatia e gentilezza con la quale ha voluto rispondere alle nostre domande e lo ringraziamo ancora una volta per aver accettato il nostro invito. Il Giardino delle Idee riprende sabato 12 marzo 2011.

Tratto da Arezzo web

“BERLUSCONI E LA FABBRICA DEL POPOLO”: Leggi la prefazione di PETER GOMEZ

BERLUSCONI E LA FABBRICA DEL POPOLO
di ELENA G. POLIDORI
24 febbraio 2011 | Pagine: 302 | Prezzo: €17 | ISBN: 9788874247158
LEGGI LA PREFAZIONE DI PETER GOMEZ:
“No, guarda, la tv non conta. Tanto è vero che Silvio Berlusconi ha perso le elezioni del 1996 e del 2006, ed è stato sconfitto in una lunga serie di consultazioni amministrative”. Puntualmente, quando si discute del peso delle televisioni sulle scelte politiche dei cittadini, c’è chi tira fuori questa argomentazione. Lo fanno gli esponenti di centrodestra chiamati a difendere come un sol uomo il loro leader. E lo fanno fanno anche molti politici e intellettuali del centrosinistra decisi a far dimenticare come sulla loro classe dirigente pesi (come un macigno) la responsabilità di non aver mai approvato una legge sul conflitto d’interessi.
Le cose, ovviamente, non stanno così. Le persone di buonsenso e gli esperti sanno benissimo che le tv spostano i voti: il 3 per cento, secondo Alessandro Amadori, il 6 per cento, secondo Renato Mannheimer e Giovanni Valentini.
Affermare che la prova dello scarso peso delle tv sta nelle sconfitte elettorali del Cavaliere ha poco senso. Sia perché nessuno è in grado di stabilire a quanto sarebbero ammontate quelle sconfitte senza l’aiuto del piccolo schermo. Sia perché, anche quando al governo c’erano i suoi avversari, Berlusconi è sempre stato il padrone di Mediaset e il controllore di una serie di uomini chiave all’interno della Rai.
Di solito però, quando si parla di consenso elettorale, il pensiero va solo all’informazione. Ai telegiornali che servono per dettare l’agenda unica ai cittadini, radiando gli argomenti scomodi dal teleschermo e dunque dalle teste dei telespettatori. Ai talk show che servono per tenere artificialmente in vita partiti e uomini politici che, senza “apparire” in tv, sarebbero già spariti da un pezzo. Ai salotti televisivi che servono per premiare i “buoni” e punire i “cattivi”, o per firmare contratti con gli italiani senza gli italiani, e poi per farli dimenticare quando li si è platealmente traditi.
Ma la televisione non è solo questo. La tv è (o dovrebbe essere) spettacolo, cultura, intrattenimento. Chi non legge libri, compra poco i giornali, non naviga su internet (anche perché in Italia si è fatto di tutto per rendere difficile l’accesso alla rete) trascorre in media 3 ore e 45 minuti al giorno davanti al piccolo schermo. Un tempo lungo che sale con l’aumento dell’età dei telespettatori e col diminuire del loro livello d’istruzione.
Per questo “Berlusconi e la fabbrica del popolo” è un libro importante. Perché Elena G. Polidori ci racconta, e dimostra, come negli ultimi dieci anni la televisione sia stata scientificamente utilizzata per tentare di costruire una nuova coscienza collettiva sempre più al servizio di un’unica opinione. E come per raggiungere questo obiettivo non si sia puntato solo sull’informazione, ma (soprattutto) sulle fiction e l’entertainment.
Questa operazione è stata un lavoro duro e complicato, portato avanti, giorno dopo giorno, programma dopo programma, da protagonisti e comprimari, tutti puntualmente elencati e descritti nel libro.
Alla fine però gli sforzi hanno dato i loro agognati frutti: l’italiano nuovo è finalmente nato.
Per un’ampia fetta di cittadini il modello del tronista e della velina è risultato vincente. A furia di reality show, in molti si sono convinti che nella vita sia davvero possibile avere successo senza saper dare niente. Non serve saper ballare, saper cantare, aver studiato recitazione o dizione: per andare avanti basta bucare il video e, semmai, sotto le lenzuola fare qualcos’altro. E quei molti, come è ovvio e giusto, votano.
Anche la storia, poi, è stata in parte riscritta. O almeno rivista e ritrasmessa. Fino al 2001 fare qualcosa del genere sembrava impraticabile. Poi, come ricostruisce bene Berlusconi e la fabbrica del popolo, il G8 di Genova ha dimostrato che anche quel risultato era a portata di mano. I tanti serial tv pensati per ridare smalto all’offuscata immagine delle forze dell’ordine, sono stati la prova generale di quello che sarebbe accaduto negli anni seguenti.
E’ a cominciare da quel periodo che avviene la grande mutazione. Resa più semplice dal fatto che pure il vituperato duopolio televisivo diventa di fatto un monopolio. L’editore di Mediaset è al governo, è la maggioranza in Parlamento, e in queste vesti è anche editore della Rai. E mentre i Tg si esercitano nella difficile arte della scomparsa dei fatti (una materia in cui, indipendentemente da Berlusconi, avevano peraltro già dimostrato di avere grande competenza), chi dall’estero si occupa di tv assiste sbigottito alla de-evoluzione italiana.
Al processo per i presunti falsi in bilancio Mediaset, a lungo bloccato da norme incostituzionali come il lodo Alfano e la legge sul legittimo impedimento, vengono presentati in proposito documenti illuminanti. Scambi di email tra i responsabili italiani e americani delle major di Hollywood, in cui i manager scrivono chiaramente che Rai e Mediaset fanno “cartello”.
Certo, ai produttori di Los Angeles la cosa interessa solo dal punto di vista economico. Due aziende che si mettono d’accordo su quali film e soap opera comprare, e a che prezzo, uccidono il mercato.
In uno di questi messaggi, per esempio, si legge:

La Warner in particolare, ma anche la Columbia, hanno
enormi difficoltà nel garantire l’approvazione dei loro
contratti in Italia e, sia dalla Rai che da Mediaset, colgono
chiari segnali di come i network si coordinino nei
loro sforzi per abbassare il costo delle licenze e sostanzialmente
diminuire il volume degli acquisti. I rappresentanti
di ciascuna delle reti sono arrivati al punto di
dire […] che avrebbero fatto meglio ad accettare la
nuova politica delle licenze perché la loro controparte
(quella che una volta era il loro “concorrente”) aveva già
scartato il prodotto in vendita.

Ma il grande “cartello” non funziona solo quando si tratta di decidere gli acquisti. L’intero palinsesto è unico. Perché unica è la regia.
Eppure in Italia le cose non sono sempre andate così. Fino alla prima metà degli anni Novanta la tv, sia pur lottizzata, permetteva di trovare in prima serata Biagi e Montanelli, Santoro e Ferrara, Deaglio e Minoli, Riotta e Funari, Feltri e Guzzanti (padre), Zavoli e Augias, Vespa e Beha, Lerner e Annunziata, oltre a quasi tutti i comici poi fatti scomparire. Sul finire degli anni Ottanta, poi, la concorrenza tra Rai e Fininvest aveva fatto s“ che la nostra televisione fosse considerata la migliore d’Europa. Oggi è la peggiore. E diventa un modello da esportare in democratici paesi come la Russia di Putin o le nazioni del Nord Africa.
Resta un’unica, magrissima, consolazione: alla lunga questa strategia è perdente. La tv generalista registra un’emorragia di un milione di telespettatori l’anno. Internet ogni giorno guadagna nuovi utenti. Al futuro, quello lontano, possiamo insomma guardare con qualche motivata speranza.
Intanto, per restare sgomenti, ci basta e avanza il presente e il nostro (recente e indecente) passato”.

Peter Gomez
Direttore de ilfattoquotidiano.it e scrittore
Peter Gomez

Dalla prefazione di
BERLUSCONI E LA FABBRICA DEL POPOLO” di Elena G. Polidori
Aliberti editore © 2011

Esce “BERLUSCONI E LA FABBRICA DEL POPOLO” di ELENA G. POLIDORI – Prefazione di Peter Gomez

“BERLUSCONI E LA FABBRICA DEL POPOLO” di ELENA G. POLIDORI
Prefazione di PETER GOMEZ
Un manuale contro l’omologazione
vai alla scheda del libro sul nostro sito istituzionale

TENGO FAMIGLIA – Presentazione NAPOLI, SABATO 26 FEBBRAIO

Aliberti editore e Fondazione Valenzi
SABATO 26 FEBBRAIO 2011
ORE 11:30

presentano il libro:
TENGO FAMIGLIA
di CARLO PUCA
a NAPOLI
Sala eventi della Fondazione
Valenzi Maschio Angioino
Piazza Municipio
,
Modera: Roberto Race
Partecipano con l’autore:
Lucia Valenzi,
Enzo Amendola,

Stefano Caldoro