Monthly Archive for maggio, 2011

Sì o no? Questo è il problema – Paolo Meneguzzi è in libreria

E’ in libreria dal 26 maggio Sì o no? Questo è il problema. Il debutto letterario del cantante Paolo Meneguzzi.

Grande accoglienza da parte del pubblico per il romanzo dell’artista ormai conosciuto da tutti come Pablo (vista la sua frequentazione del mondo a lungua ispanica, Sud America soprattutto).

Sì o no? Questo è il problema è un libro autobiografico in forma di romanzo in cui Paolo racconta le tappe della sua carriera e della sua vita privata.

L’artista festeggia i 15 anni di carriera e lo fa nel modo migliore…oltre al libro, pubblica una raccolta con 18 hit e due brani inediti. Il disco “Best of-sei amore” (Pm Production/Sony Music Italy), esce in Italia e Germania e raccoglie tutto il meglio della sua discografia. L’album contiene da “Aria Ario”, brano con il quale ha vinto a Vina del Mar nel 1996, fino all’ultimo singolo Sei amore, già in programmazione in tutte le radio, e Love, che invece getta lo sguardo sulle sue origini, la sua anima da dj.

Meneguzzi è tra i cantanti italiani più conosciuti all’estero, conta piu’ di 500 concerti live, piu’ di 2 milioni di copie vendute, piu’ di 20 radio hit.

Il 23 aprile e’ partito dal Palaghiaccio di Biasca il “Sei amore Best Of Tour”, che la prossima estate tocchera’ tutta l’Italia. (www.paolomeneguzzi.com)

IL LIBRO

Decisioni.Ne prendiamo tantissime ogni giorno, ma solo poche risultano veramente determinanti per il corso degli eventi.
Lo sa bene Pablo che, giunto finalmente all’altare,
si trova di fronte al bivio più importante della sua vita:
sposare o non sposare la donna che gli sta davanti?
Per rispondere a questa domanda decide di ripercorrere le tappe che lo hanno portato fin lì.
Dalle prime esperienze con le ragazze al successo in Sudamerica e in Europa, passando per un addio al celibato finito in manette, lo strano incontro con Robbie Williams, una rissa sfiorata in compagnia di Eros Ramazzotti, un premio consegnato a una giovanissima Shakira e la collaborazione musicale con Ricky Martin. In più, le scorribande in compagnia di Mulo e gli amici Bibercolati, il guinzaglio corto del suo primo produttore Bulldog e gli amori vissuti dietro le quinte.

L’ipocrisia dei “no Cav” Giornalismo malato da una guerra civile – di Paolo Guzzanti

L’odio nei confronti di Berlusconi trasuda sulla stampa di sinistra che rivendica anche la propria egemonia culturale
(da Il Giornale 30/05/11)

Su «Carta straccia» Giampaolo Pansa offre di giornali e giornalisti di oggi uno spettacolo spesso grottesco, ma più spesso desolante. Che il giornalismo italiano sia diverso da quello degli altri Paesi è un fatto storico: per lo più scritto con pretese letterarie e molta retorica supponente si sta trasformando sempre più in una brodaglia di violenza e imprecisione che lascia spesso sbalorditi i colleghi stranieri: «Davvero potete scrivere usando il condizionale senza prove? Da noi ci sbatterebbero in galera…». A nessuno, mai, nel Regno Unito o negli Stati Uniti, in Francia o in Svizzera, ma neanche in Polonia o in Romania, verrebbe in mente di inserire (come è accaduto in questi giorni) nell’articolo di un cattedratico un lungo brano ignoto all’autore ma spacciato come autentico e difendere poi un tale arbitrio come libertà d’informazione.

Non sono di quelli che esaltano il giornalismo «anglosassone» immaginato come asettico e impersonale, ma ho un grande rispetto per il giornalismo americano e britannico e per il modo accurato in cui trattano i fatti anche quando le testate si schierano politicamente: del resto in quei Paesi la pagina dei commenti è di competenza dell’editore, perché il direttore si deve preoccupare soltanto delle notizie e curare che siano complete e corredate dalle fonti.

Quel giornalismo, che non è certo esente da difetti, ha però prodotto antidoti e anticorpi che ancora funzionano bene, attraverso scandali e processi sulla cattiva informazione. Walter Lippmann, che influenzò il presidente Wilson alla fine della Grande Guerra e che morì criticando Lyndon Johnson per la politica bellicosa nel Vietnam, creò la parola «stereotipo» – oggi si direbbe «politicamente corretto» – per indicare il pericolo delle opinioni automatiche e moralmente prefabbricate. Fu lui del resto a dire che «la salute della società dipende dalla qualità delle informazioni che riceve» affermazione non contestabile ma priva di riscontro in Italia.
Lippmann ricordava anche che la notizia e la verità non sono la stessa cosa e questo perché l’informazione e la comunicazione non sono la stessa cosa: spacciarle l’una per l’altra produce una forma di giornalismo che si vieta di pensare, anticipando così, come ha scritto Marco Bardazzi su «Ttl», il monito di Hannah Arendt: «quando gli uomini rinunciano a dire quel che pensano, spesso smettono anche di pensare».

Da noi, peccato, niente Hannah Arendt e niente Walter Lippmann, ma tutt’al più un composto Umberto Eco che nel suo «Costruire il nemico» riconosce che Julien Assange, la primula rossa di WikiLeaks, ha finalmente certificato che il re è nudo ponendo la stampa di fronte alla responsabilità di decidere, senza ricorrere a Internet, che cosa sia reale e meriti di essere stampato.

Di «Carta Straccia» condivido il giudizio positivo su Antonio Padellaro direttore del Fatto Quotidiano, e su Marco Travaglio come fenomeno di straordinaria efficacia e qualità, a prescindere dalle differenze di opinione. Del resto è stato proprio il direttore del Fatto Quotidiano a dire a Laura Cesaretti, sul Giornale del 1° novembre 2010, che «la sinistra ha una grande suscettibilità nei confronti della libertà di stampa. Una suscettibilità che può raggiungere livelli insopportabili, in-sop-por-ta-bi-li!». E lo stesso Padellaro, ricorda Pansa, considerò la campagna sulla casa di Montecarlo un’operazione giornalistica efficace e ineccepibile.

Anche a me la nascita e il successo del Fatto hanno entusiasmato al di là della linea politica, perché quel successo dimostra che esistono segmenti di opinione pubblica in attesa di essere rappresentati sia sui giornali che in politica. Ma ecco che mi imbatto, fra i documenti di «Carta straccia» in alcune parole di Marco Travaglio che ignoravo, pubblicate sul blog di Beppe Grillo e che, sorpresa, esaltano e rivendicano il diritto all’odio. Così: «Chi l’ha detto che non posso odiare un politico? Chi l’ha detto che non posso augurarmi che il Creatore se lo porti via al più presto? Non esiste il reato di odio». Che cosa rispondere? Che è vero, il reato di odio non esiste sui codici, ma dovrebbe esistere nelle coscienze.

Oggi l’odio trasuda dalle pagine stampate di entrambi i fronti, ma con una sperimentata prevalenza dell’odio di sinistra, che è più antico, raffinato e velenoso. Sul Giornale io stesso alcuni anni fa denunciai la categoria degli «odiatori professionisti», come nuova mutazione giornalistica: gente che non attacca soltanto con le notizie, ma che incita all’odio e, di conseguenza, alle sue applicazioni pratiche. Una volta rivendicato il diritto di esprimere l’odio, è difficile prendere le distanze da atti di violenza come il famoso duomo sulla faccia di Berlusconi, a causa del quale Sabina Guzzanti è stata violentemente attaccata avendo lei, antiberlusconiana, espresso disagio alla vista del sangue.

Ma la pratica dell’odio e del disprezzo non è una novità fra giornalisti e intellettuali: ricordo che quando da giornalista certificavo che Francesco Cossiga non era affatto matto (come voleva invece il comitato degli intellettuali che seguivano le indicazioni di Eugenio Scalfari) amici e colleghi cominciarono a cambiare marciapiede quando mi vedevano. Ricordo Tullio de Mauro, il celebre linguista, che mi sibilò: «Ma che cazzo scrivi Paolo? Ma non ti vergogni?». E non mi rivolse più la parola.

Il giornalismo è da molto tempo al limite della guerra civile latente, sicché berlusconismo e antiberlusconismo sono diventate due categorie del cattivo spirito dei tempi, uno Zeitgeist al limite della malattia mentale. Ma, ancora una volta, non si tratta di una novità dovuta alla discesa in campo dell’uomo descritto come il «Grand Villain», o «Caimano» perché prima di Berlusconi esistevano altri «grand villain» contro i quali la stessa macchina da guerra funzionava attaccando Bettino Craxi e Andreotti, e prima ancora Forlani e Fanfani senza escludere Aldo Moro. Anche allora, con appena una misura di maggior pudore, il clima era quello di una guerra civile giornalistica agli ordini di quella politica è sempre stata coltivata con genialità da personalità della sinistra estremamente colte e raffinate anche se crudeli, come Palmiro Togliatti (sotto lo pseudonimo di «Roderigo de Castilla») o geniali e letterarie come «Fortebraccio» (Mario Melloni). La sinistra nata dai lombi del Pci si presenta poi sempre come un unico campione etico rivendicando di conseguenza una egemonia culturale che interviene alla fine sulle carriere, i finanziamenti, i premi, i festival, le legittimazioni e le delegittimazioni. E questo è un mestiere che il giornalismo di destra, per sua colpa o per un suo limite genetico, non ha mai saputo o voluto correggere, limitandosi a protestare in maniera inconcludente e anche un po’ isterica.

L’Italia che Pansa descrive in «Carta Straccia» è un caso grave ma non unico perché l’egemonismo giornalistico di sinistra è universale dagli Stati Uniti alla Francia dove il politico italiano di sinistra Dario Franceschini può veder pubblicato il suo ottimo romanzo presso un editore come Gallimard, cosa che difficilmente potrebbe accadere ad un politico di centrodestra di pari valore. E così nella letteratura: se Gabriel Garcia Marquez, ritenuto di sinistra e amico personale di Fidel Castro, ebbe il Nobel per la letteratura nel 1982, il vecchio e cieco Jorge Luis Borges, accusato di essere un reazionario aspettò invano per tutta la vita. E infatti ha fatto discutere l’anomalia grazie alla quale il premio Nobel sia andato nello scorso ottobre a Mario Vargas Llosa, considerato di destra ma nato a sinistra, autore col figlio anche di un folgorante «Manual del Perfecto idiota Latino-Americano» che ha spellato il giornalismo sinistrese del suo mondo.

In Italia, Paese da cui scaturiscono o sono scaturiti cattolicesimo, fascismo e il più influente partito comunista occidentale, la sostituzione del giornalismo con la propaganda è stata una strada obbligata: soltanto da noi si poteva inventare l’espressione «linea editoriale» per giustificare nel servizio pubblico televisivo l’uso di un linguaggio di propaganda, la censura e l’eccesso, sia di sinistra che di destra. La «verità» stessa, come premessa dell’informazione corretta e completa, in Italia è relegata al rango di «arroganza». Ed è questo il motivo per cui, senza dover aspettare Berlusconi, i politici italiani hanno sempre avuto nei confronti del giornalismo un atteggiamento padronale creando il ridicolo fenomeno del politico «di riferimento», padrino-padrone che promette carriere e direzioni nei telegiornali «d’area».

Ci fu un tempo in cui Giampaolo Pansa ed io chiudevamo di notte la seconda edizione di Repubblica in tipografia. Una notte arrivarono in redazione, piangendo disperati, i parenti di alcune persone morte avvelenate. Li ascoltammo e Pansa disse: «Avete ragione, è una tragedia immane, guardate qui: “familia” nel titolo senza la “g”! Santo cielo, che catastrofe…». Mentre i parenti delle vittime se ne andavano stizziti per la nostra insensibilità ci precipitammo a correggere il titolo. Un episodio minimo, che però Pansa e io ricordiamo ogni volta che ci parliamo perché contiene forse la misura dell’aneddoto buffo, del mestiere minore, la corsa in tipografia, i casi della vita, quel modo semplice e casuale che costituiva la cifra del nostro mestiere. Eravamo in fondo dei proletari della notizia e appartenevamo a una generazione che si poteva permettere un giornalismo tutt’altro che neutrale, anzi schierato e combattivo, ma usando sempre e soltanto rigorosamente i fatti.

IL METODO STICAZZI E IL PREMIO IN PALIO

PSICOANALISI? YOGA? ZEN? FARSI SUORA?
NO! SALVA LA TUA VITA CON IL METODO STICAZZI

CON IL METODO STICAZZI LEGGI UN GIORNALE INTERO IN TRE MINUTI! NEUTRALIZZI I VENDITORI PORTA A PORTA E I VOLONTARI DI ASSOCIAZIONI BENEFICHE! RICEVI UNA BRUTTA NOTIZIA? BASTA UNO STICAZZI E RITROVI L’ENERGIA PER ANDARE AVANTI!”

LA MORALE? “INDIVIDUA LE POCHE PERSONE A CUI TIENI. E TUTTO IL RESTO È STICAZZI

Il metodo sticazzi ha già rivoluzionato la vita di tantissime persone. Provare per credere!!!!

E TU QUANDO HAI APPLICATO IL METODO STICAZZI?
Partecipa al concorso e vinci il premio sticazzi!
Scrivi a: metodosticazzi@alibertieditore.it inviando una documentazione accurata che racconti nel dettaglio la tua esperienza di vita sticazzista (stralci di diario, foto, filmati, racconti…)
Il concorso è gratuito!

In palio il kit dello sticazzista! (trovi il regolamento a pagina 105 del libro)

UNA SPECIE DI FOLLIA – Vincitore del Premio Internazionale di Scrittura “NAPOLI CULTURAL CLASSIC”

Venerdì 20 maggio Stefano Mastrosimone autore di Una specie di follia è stato premiato con l’ambita statuetta del Napoli Cultural Classic, sezione  opere edite.
Ecco la motivazione del Premio

“Quando le domande, in un’intervista, sono calibrate sulla sensibilità dell’interlocutore, diventano imput a risposte esaustive. Grazie all’Autore, Alda Merini si racconta e a grandi linee ci fa partecipe della sua vita e dei suoi scritti. Le considerazioni, sui temi sociali e sulla vasta gamma dell’umano sentire, illuminano la donna e la sua poesia rivelando al lettore spazi di intimo confronto.”.

Complimeti a Stefano! Naturalmente questo premio è motivo di orgoglio per tutta la casa editrice.

Una specie di follia parla della vita della poetessa dei Navigli.
Si tratta, però, di una biografia sui generis: perché è stata raccontata direttamente dalla voce di Alda Merini, nel corso di poco più di quattro ore di conversazioni raccolte dall’autore e registrate negli anni della sua amicizia con la poetessa.
Questo libro vuole rispettare fino in fondo lo spirito di Alda Merini: ai ricordi di vita vissuta da lei narrati in prima persona si intrecciano alcune riflessioni di carattere esistenziale, con l’aggiunta di qualche aneddoto raccontato dall’autore, in un unico fluire di suggestioni, emozioni, stati d’animo, avvenimenti tragici, tragicomici e spesso divertenti.
Un libro per tutti coloro che hanno voluto bene ad Alda Merini, che l’hanno applaudita, letta, amata, «osservata, giudicata, maledetta, benedetta»; un libro che intende restituire integro, attraverso le sue parole dirette, lo spirito unico, intelligente, ironico, e soprattutto poetico, di Alda Merini.

QUESTA SERA PRESENTAZIONE DEL LIBRO A MILANO – ORE 21.00 C/O SPAZIO TADINI ( VIA JOMMELLI, 24) CON PROIEZIONE DI UN’INTERVISTA INEDITA AD ALDA MERINI REALIZZATA DA STEFANO MASTROSIMONE .


Gianni Mura sul romanzo di doping e di sesso di Gavioli

Un doppio urrah non per Nonna Sprint ma per Claudio Gavioli, il medico scrittore, colto e gentile, che vuole Alperoli per sindaco. Menzione del suo libro oggi su “Repubblica”, e d’onore, perché nella rubrica “Sette giorni di cattivi pensieri” del guru Gianni Mura. Titolo del libro Quarto tempo, una storia di doping e di sesso. Gavioli è stato a lungo medico sportivo del Modena e, quando racconta di amori e di sesso, di farmaci e di doping nel mondo del calcio  sa di cosa sta parlando. E, soprattutto, sa come si fa. Una ricostruzione accurata e impietosa del mondo del calcio, una fiction di grande precisione medica e scientifica.

Un grande club calcistico di serie A visto dal buco della serratura, con i suoi armadi ricchi di trofei ma anche di scheletri. L’impavido e onesto capitano Berti, la star Marchetti, il cinico Violante, il tormentato Favetto e altri campioni alle prese con il pianeta calcio, un mondo ricco di contraddizioni, specchio fedele della società “fuori”.

Dopo anni di trionfi, causa la recessione, una gloriosa società viene venduta a uno di quei faccendieri che gravitano attorno al mondo del calcio in cerca di buoni affari. Ceduti i campioni stranieri troppo costosi, la scommessa per continuare a vincere è costruire una squadra con quasi tutti i giocatori della Nazionale italiana. Ma le cose prendono una piega diversa e dopo quattro brucianti sconfitte bisogna correre ai ripari. Il presidente decide quindi di chiamare Careglio, un famelico e potente dirigente caduto in disgrazia e squalificato per illeciti sportivi, con le funzioni di un consulente-ombra. Careglio sa cosa bisogna fare per risollevare una squadra fiacca, guidata da un allenatore presuntuoso quanto incapace e, coinvolgendo un riluttante medico sociale, decide di ricorrere al supporto farmacologico per risvegliare i muscoli addormentati degli atleti. L’estratto, sintetizzato da un farmacologo svizzero e sconosciuto agli elenchi delle sostanze dopanti, fa il miracolo, e la squadra comicia la sua ascesa.

Un buon romanzo sullo sport ai tempi della corruzione.

Un libro che non può mancare in nessuna biblioteca modenese, sportiva e non solo.

fonte: Dissonanze di Beppe Cottafavi