CHI È LUIGI BISIGNANI


Il 10 dicembre 2009 esce Il caso Genchi di Edoardo Montolli con prefazione di Marco Travaglio.
Il libro diventa subito un caso editoriale.
Oggi vi riproponiamo un estratto particolare, uno stralcio in cui viene fatto un ritratto di Luigi Bisignani, un personaggio che Genchi incrocia nella sua consulenza a De Magistris durante l’indagine Why not.

«Bisignani ha quarant’anni, laurea in Economia, moglie e quattro figli. Il padre era un dirigente della Pirelli Argentina, amico di Giulio Andreotti e molto stimato negli ambienti massonici. Morì presto e Luigi, con il fratello Giovanni (ora all’Alitalia), fu affidato proprio al potente leader Dc. A vent’anni era già giornalista dell’agenzia Ansa. Ma l’impegno civile di informare lo interessava poco. Gli piaceva di più il profumo del potere.
A ventitré anni divenne addetto stampa di Gaetano Stammati, discusso ministro, naturalmente in governi Andreotti. Nell’81 scoppiò lo scandalo P2. Bisignani risultò con Stammati nella loggia di Licio Gelli. L’Ordine dei giornalisti, però, lo giustificò e non perse lo stipendio dell’Ansa. Ma l’ambizione di sfondare in prima persona s’infranse. Si rassegnò a muoversi nell’ombra. E, instancabile, intecciò contatti coi notabili del Palazzo, del Vaticano, dell’esercito, di aziende, di banche e di poteri non sempre palesi. Aveva libero accesso nell’ufficio di Andreotti e non rinnegò mai i rapporti con Gelli. Sbandierava tante altre amicizie eccellenti: dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, a quello dell’Iri Romano Prodi, al direttore della Banca d’Italia Lamberto Dini, fino a politici, finanzieri, manager, militari, faccendieri, attrici note e meno note. A sopresa, si cimentò in un vero lavoro. Usando come spunto le sue esperienze, scrisse una spy story politico affaristica clericale, che l’editore Rusconi pubblicò nell’88 col titolo Il sigillo della porpora. Per il dibattito di presentazione si esposero Andreotti (allora ministro degli Esteri), il craxiano Giuliano Ferrara e il noto critico Enzo Siciliano. La pubblicità, diretta e indiretta, fu massiccia. E il libro ristampò ben quattro edizioni. Siamo alla fine degli anni Ottanta. C’era il boom. Della P2 non si parlava più. Così, come Andreotti ridiventò capo del Governo, Bisignani lo seguì a Palazzo Chigi, per tenere i collegamenti, anche col luogotenente andreottiano Pomicino. Ma non aveva incarichi ufficiali. Lo stipendio lo passava sempre l’Ansa, dove era diventato caporedattore con «incarichi speciali», alle dipendenze del direttore Giulio Caselli: scavalcando tanti colleghi più anziani e più presenti in redazione. Siamo in epoca Enimont. Le tangenti di Gardini e dei Ferruzzi piovvero sui politici anche tramite la banca Ior del Vaticano. Bisignani si prestò per compiti delicati. Fece perfino celebrare nella Sede di Pietro il matrimonio tra la vedova Alessandra Ferruzzi e Carlo Sama, tornato scapolo con una sentenza della Sacra Rota. Nel ’92 uscì il secondo romanzo, Nostra signora del Kgb, di impronta anticomunista. Ma Andreotti perse la corsa per il Quirinale e lui riparò a capo delle Relazioni esterne dei Ferruzzi. Di certo la galera non faceva per lui: fu condannato dalla Cassazione il giorno stesso dell’approvazione della nuova legge Simeone per svuotare le carceri. E infatti tutto si chiuse fuori dalle sbarre. Fantasmi massonici compresi.»

Edoardo Montolli – Il Caso Genchi, pp . 237-238

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