Monthly Archive for luglio, 2011

ECCO PERCHÉ GLI EDITORI PUBBLICANO COSÌ TANTO

Gian Artuto Ferrari
La Repubblica – 22 luglio 2011 —   pagina 49   sezione: CULTURA

Come diceva l’ immortale Catalano, meglio una donna bella, intelligente e ricca di una brutta, stupida e povera. Ovvero, trasferendosi nell’ editoria, meglio pochi libri, belli e di gran successo di molti, brutti e invendibili. Per non parlare della sensazione di aver ecceduto, come con gli “atimpuri” di Meneghello («Quante volte?» «Nove» «Da solo o con altri?» «Con altri» «Con altri o con altre?» «Con altre»), e dei conseguenti buoni propositi (meno, meno, ne pubblicherò meno, quest’ anno di sicuro ne pubblicherò meno…). Non che in Italia (circa 60mila all’ anno) se ne pubblichino più che altrove. Nei quattro paesi con cui ha senso confrontarsi – Francia, Germania, Regno Unito e Spagna – vige la regola del millesimo, secondo la quale ogni anno i nuovi titoli sono nell’ ordine di grandezza di circa un millesimo della popolazione. Così nel 2007 si sono prodotti in Germania 96mila titoli, quasi 85mila in Gran Bretagna, oltre 55mila in Francia e oltre 35mila in Spagna. Troppi? Forse, ma scendere troppo sotto il millesimo, come è avvenuto in tempi non lontani nell’ Europa orientale, è pericoloso, il terreno si inaridisce, le radici si disseccano, la cultura – che è fatta di tante cose, anche inutili, ma tante – perde vita. Peraltro quel che la nuda statistica ci dice è che il numero dei titoli prodotti è negli anni sostanzialmente stabile, sia in Italia sia fuori. Dunque non è lì la causa dei nostri più recenti mali, a livello di sistema perlomeno, perché certo a livello di singolo editore la riduzione dei titoli è sempre lodevole. A patto che non ci si illuda di pubblicare solo quelli buoni, sulle orme di quel tale che una volta mi disse «Voglio fare una collana di soli bestseller». «Auguri vivissimi», gli risposi, ma non l’ ho poi più visto. Se non troppe, di sicuro però le novità sono tante. Ma perché così tante? Una ragione sta nella natura del business: su circa mezzo milione di titoli in commercio in Italia, i primi cinquemila, cioè un centesimo, valgono da soli metà delle copie vendute e metà del fatturato a valore. Per un editore installarsi in questa felice riserva è una questione vitale. Non si tratta di pescare il pesce grosso, si tratta di sopravvivere. Ma siccome il business è di per sé largamente imprevedibile, l’ unica via per massimizzare le possibilità di successo e minimizzare, nel senso di distribuire, il rischio appare – dico appare – quella di reiterare i tentativi. È la strategia denominata “provando e riprovando”, il cui continuato abuso finisce per portare a quella notte in cui tutte le vacche sono nere e tutte le copertine fosforescenti entro la quale, a detta di molti, ci troviamo. C’ è poi una seconda ragione, legata al fatto che produrre un libro costa poco, qualche migliaio o poche decine di migliaia di euro. Comunque meno di una indagine di mercato sul suo possibile esito. In pratica costa meno pubblicarlo che testarlo. E quindi la pubblicazione è insieme indagine di mercato: la produzione ingloba la ricercae sviluppo. Molti libri, le novità di esordienti, sembrano libri, ma sono ipotesi di libri, tentativi di libri. Dopo, quando si è vista la reazione del pubblico, quando si conoscono le dimensioni dell’ autore, quando si passa (se si passa) all’ edizione in paperback, tutto è più facile, più razionale, arriva persino ad avere parvenze industriali. Ma certo tutto il bello è prima, il precario e un po’ sgangherato fascino del maledetto mestiere è tutto nell’ attesa dei primi dati, della conferma di quell’ intuizione (ma era poi davvero un’ intuizione?), nei radi trionfi e nelle frequenti disillusioni. Insomma, è difficile attribuire a una (supposta) sovrapproduzione i guai presenti. Che dipendono in prevalenza da un sistema distributivo nel mezzo di numerosi guadi, con la libreria tradizionale che fatica a trovare una fisionomia adeguata ai tempi, con la grande distribuzione indecisa se trattare i libri come un prodotto civettao come un serio comparto di attività, con le vendite on line che guadagnano ogni giorno terreno e con, all’ orizzonte, il minaccioso rullar di tamburi d’ oltre Atlantico dove le novità più commerciali, i cosiddetti bestseller, vendono più nel formato e-book che in quello cartaceo. Tutto ciòè stato per diversi anni velato da una prodigiosa fioritura di megaseller che ha imparzialmente beneficato grandie piccoli editori (si pensi al “riccio” di e/o, al Larsson di Marsilio, al Twilight di Fazi), librerie e catene, grande distribuzioni e e-commerce. Ma ora che per imperscrutabile volere del Fato di megaseller non ce n’ è, il livello dell’ acqua si abbassa ed emergono, dolorosi, tuttii sassi del fondo. Per non dire che, con questi chiari di luna, un bel numero di assidui e laboriosi lettori i trenta euro mensili da dedicare all’ acquisto di libri non ce li hanno più. Sarà anche vero che il libro è anticiclico e si avvantaggia delle crisi, ma fino a un certo punto. 

È possibile oggi fare cultura in televisione? Corrado Augias ne parla in Divulgare il mondo, libro-intervista di Marco Alloni. L’anteprima del «Fatto Quotidiano».

"Contro il degrado della televisione, la cultura delle buone maniere". L'anteprima del «Fatto Quotidiano», 21 luglio '11.

Il mondo di Magris: paginata del «Corriere della Sera» per il libro-intervista a Claudio Magris di Marco Alloni, Se non siamo innocenti.

Dopo i libri-intervista di Marco Alloni a Marco Travaglio, Giulio Giorello e Umberto Galimberti, esce il 21 luglio Se non siamo innocenti, un dialogo con Claudio Magris.

La recensione di Dario Fertilio sul «Corriere della Sera», 21 luglio ’11.

Giorgio Macario, psicosociologo e docente all’Università di Genova, parla così del libro Sono venuto per servire di Don Andrea Gallo con Loris Mazzetti.

«Mi rigiro il libro fra le mani: dimensioni consuete; scuro, con uno sfondo tendente al nero; copertina rigida sempre rigorosamente nera (come l’abito talare) con una sovra copertina nella quale campeggia il volto di Don Gallo mentre fuma l’immancabile sigaro.

Avrà cambiato idea? -penso fra me e me-. Eppure sembrava proprio sicuro, convinto, più dello stesso scrittore che aveva lanciato l’idea, del fatto che era necessario cambiare editore. E in parte amareggiato perché si era sentito sostanzialmente lasciato solo nel prendere questa decisione.

Poi guardo meglio e vedo che l’editore è Aliberti, non Mondadori. Mi sembrava strano! Quando Don Gallo dice una cosa, di quella si può star certi. E’ altrettanto certo quanto il primato della coscienza personale, richiamato più volte in passato e lungo tutto il testo, ed a cui tiene moltissimo.

Conosco Don Gallo da molti anni, e fra incontri ‘sul campo’, lettura dei suoi testi, ascolto delle sue conferenze e pensieri rielaborati per recensire i suoi lavori, avevo la presunzione di conoscere molta parte della sua vita e del suo pensiero.

Invece già dalla quarta di copertina mi accorgo che in quest’ultimo libro c’è qualcosa di diverso. “Peccato che Don sia un prete, se fosse un politico, avremmo trovato il nostro leader”; è una delle frasi più avvincenti di Loris Mazzetti, coautore ed intervistatore ‘delicato’ del Don.

Il libro sembra essere attraversato da una forte devozione di un laico ad una figura di uomo che è anche un ‘prete da marciapiede’, degno di essere associato alla sola madre Teresa di Calcutta, e da una accorata auto-disamina dei fondamenti politici, sociali, etici e religiosi da parte di questo stesso ‘uomo di chiesa e non solo’ che cerca in ogni modo possibile ed immaginabile di essere accanto agli ultimi, quasi perdendosi fra di loro. Tra i due una intesa sotterranea che evita la sommatoria di episodi, seppure interessanti, riproponendo un originale filo conduttore che potremmo definire fortemente etico.

Si intuisce una dinamica parzialmente associativa in diversi passaggi, dinamica che dà vigore alla narrazione senza proporre cesure e stacchi repentini da un tema all’altro.

Si percepisce anche il lavoro di un accurato biografo (Mazzetti) con uno straordinario autobiografo (Don Gallo), che sul palco si racconta da sé, anche per due ore, occupando interamente la scena, senza bisogno di supporto alcuno; mentre nel raccontarsi per iscritto privilegia la condivisione dei pensieri.

Ritroviamo in tal modo, in quest’ultimo contributo, ‘così in terra, come in cielo’, un uomo di Dio (e non solo), ‘angelicamente anarchico’, che è ‘venuto per servire’. Così che nessun bambino in futuro possa dire, piangendo: “mi hanno rubato il prete!”. Ma tutti possano cantare, con Stefano Bruzzone e gli Altera, “Ho ritrovato il prete che parlava dell’amore. (…) son contento monsignore”».

Giorgio Macario è formatore e psicosociologo. Docente di Educazione degli adulti all’Università di Genova. Consulente dell’Istituto degli Innocenti di Firenze. Email: macario.g@gmail.com

DON ANDREA GALLO “INDIGNATO SPECIALE” SUL BLOG DI FIAMMA SATTA


scritto da: Fiamma Satta

Don Andrea Gallo è un “Indignato speciale” di questo nostro blog. Nel post del 29 giugno scorso avevo accennato a questo suo piccolo ma potentissimo libro.
Dopo averlo letto grande è stato il desiderio di riuscire a parlare con Don Gallo. Ci sono riuscita e ne sono felice.

DI SANA E ROBUSTA COSTITUZIONE – DON GALLO (ALIBERTI EDITORE)

Intanto bisogna che mi presenti: io sono un vecchietto di più di ottanta anni. È per questo che il mio staff, giustamente, mi protegge come una reliquia: «Non andare qui che ti pigli un raffreddore, che non sei coperto…» E invece io vado sempre, vado dappertutto, perché è nell’incontro che mi
arricchisco. È grazie a questo che sono di sana e robusta costituzione.
Vorrei dimostrarvelo condividendo con voi una brevissima poesia, di poche strofe, di un ragazzo che dieci o quindici anni fa è stato trovato morto alla stazione ferroviaria di Principe, a Genova. Non aveva nessuno, era solo sulla faccia della terra, e allora la polizia dove lo ha portato? La mia comunità è a trecento metri dalla stazione… È così che incontrai Claudio, che era un hippy, che aveva questa poesia in tasca:

“Mi hanno detto che da una pianta secca può nascere un frutto. E io ci credo. Mi hanno detto che da una terra arida può nascere un fiore. E io ci credo.
Mi hanno detto che da una stanza buia senza finestre può filtrare un raggio di sole. E io ci credo!
Mi hanno detto che il mondo sta morendo per mancanza d’amore. E io non ci credo!”

Ci sono tanti modi di definire Don Gallo: “un prete del marciapiede”, un prete scomodo, un prete di sinistra, un prete “angelicamente anarchico” (come lui stesso ama definirsi).

Io credo che Don Gallo, semplicemente, sia un prete vero, e non ho trovato una riga di questo piccolo libro fuori dalla rotta delle sue due bussole: il Vangelo e la Costituzione.

Don Gallo detesta l’indifferenza che definisce “l’ottavo vizio capitale”.

Per questo ha riportato nel libro ampi stralci della celebre citazione di Antonio Gramsci del 1917. Non è necessario essere di sinistra per condividere queste parole:

L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. […] Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.”

CURIOSITA’:

Il libro termina con una bellissima Lettera a Fabrizio De Andrè.
Don Gallo lo ha conosciuto personalmente e con lui ha condiviso e condivide la convinzione di “un nuovo mondo possibile”.
Eccola:
(l’immagine è il testo autografo di Fabrizio De Andrè di Creuza de ma dal volume 11 di “Fabrizio De Andrè, L’opera completa, Ed. L’espresso)

creuza de ma, testo autografo di fabrizio de andrè

Caro Faber, canto con te e con tante ragazze e ragazzi della mia comunità.
Quanti Geordie o Miché o Marinella o Bocca di Rosa vivono accanto a me, nella mia città di mare, che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e per chi ha fame.
Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo.
Non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione, nell’emarginazione, nella carcerazione. E ho scoperto con te, camminando per la via del Campo, che dai diamanti non nasce niente. Dal letame sbocciano i fiori.
La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.
Abbiamo riscoperto tutta la tua antologia dell’Amore: una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà. Ma soprattutto il tuo ricordo e le tue canzoni ci stimolano ad andare avanti.
Caro Faber, tu non ci sei più, ma restano i migranti, gli emarginati, i pregiudizi, i diversi. Restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza…
La Comunità di San Benedetto ha aperto una porta nella città di Genova, e già nel 1971 ascoltavamo il tuo album Tutti morimmo a stento.
E in comunità bussano tanti personaggi derelitti, abbandonati, puttane, tossicomani, impiccati, aspiranti suicidi, traviati, adolescenti, bimbi impazziti per la guerra e l’esplosione atomica.
Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente, che era ed è la nostra vita quotidiana nella comunità, abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, dalla solitudine può sorgere l’amore come a ogni inverno segue una primavera. È vero, caro Faber, loro, gli esclusi, i loro occhi troppo belli, sappiano essere belli anche ai nostri occhi. A noi, alla nostra comunità, che di quel mondo siamo e ci sentiamo parte. Ti lasciamo cantando la Storia di un impiegato, e la Canzone di maggio, che ci sembra sempre tanto attuale. Ti sentiamo così vicino e così stretto a noi quando, con i tuoi versi, dici: «E se credete ora che tutto sia come prima, perché avete votato la sicurezza e la disciplina, convinti di allontanare la paura di cambiare, verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte. Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti».
Caro Faber, tu parli all’uomo amando l’uomo, perché stringi la mano al cuore e risvegli il dubbio che Dio esiste. Grazie.