Federico Mello conosce la “fame”. Quella di chi lavora in un call center a pochi euro al mese, senza un diritto, senza futuro. E conosce pure la “follia”. Quella di chi decide che è giunto il momento di ribellarsi, di fare causa all’agenzia interinale presso cui lavora, di guardare più in là, di inseguire il sogno. Ed è forse per questo che Federico si innamora subito del famoso discorso, era il 2005, in cui Steve Jobs invita i neolaureati di Stanford a restare “affamati e folli”: “Stay Hungry. Stay Foolish”.
Ed è in quel momento che, un po’ per “fame” un po’ per “follia”, Federico decide di scrivere il suo primo libro, L’Italia spiegata a mio nonno, un saggio-rap pubblicato online nel 2007 e poi uscito per Strade Blu di Mondadori; l’anno dopo, senza farsi mancare una nuova puntatina in un call center, viene chiamato da Michele Santoro a seguire la redazione Internet di Annozero dove lavora fino al giugno 2009 e infine approda al Fatto Quotidiano dove cura ancora oggi la pagina “Mondo Web”. Sì perché Internet, assieme alla politica, sono le più grandi passioni di Federico ed è a queste, infatti, che dedica la sua tesi di laurea. Ed è sempre il rapporto tra Internet e politica che ispira anche il secondo libro di Federico, Viola, ossia il racconto della primavera dei movimenti italiani nati dalla Rete di cui, primo giornalista in Italia, aveva capito le potenzialità quando nessuno avrebbe scommesso un soldo.
Col suo ultimo libro, invece, Federico ritorna alle origini del suo percorso personale e professionale, lavora per un
anno ad un libro che è una biografia del genio di Cupertino scomparso di recente, ma anche una storia della rivoluzione di Silicon Valley a partire proprio da Stanford: “Il discorso di Steve Jobs non incarna solo la storia della sua vita ma i mutamenti degli ultimi 30 anni, la storia del computer, un epopea di hippie e nerd nati con le pezze al culo ma in grado di dare vita alla terza rivoluzione industriale. Jobs è convinto che Edison abbia cambiato il mondo più di quanto abbia fatto Marx. È un’affermazione che racconta molti di lui, sulla quale non tutti si possono riconoscere, ma non c’è dubbio che se Edison ha permesso l’elettricità, Steve ha reso il computer uno strumento nelle mani delle persone, familiare e usabile da tutti, l’ha assemblato, ha creato l’interfaccia grafica e cioè quelle “metafore” che riproducono sullo schermo gli oggetti di tutti i giorni: la scrivania, il cestino, le finestre. E ora, in tutto il mondo viene usato per comunicare e anche, come Wikileaks o i blogger nord-africani, per provare a cambiare il mondo”.
Insomma un genio, un innovatore su cui però gravano alcune ombre, come quella sullo sfruttamento dei lavoratori in Cina da parte della Apple: “Certo che non mancano i lati oscuri nella vita di Jobs, e nel libro li racconto tutti. Ma questo non toglie -spiega Federico- che sia una persona che ha fatto le cose nella prospettiva di cambiare il mondo in meglio”. E nemmeno le parole dure e un po’ ciniche di Richard Stallman, padre del software libero, pronunciate contro Jobs all’indomani della sua morte riescono ad intaccare il mito del padre di Apple: “Ho grande stima di Stallman, è chiaro che rappresenta una posizione importante ma non credo che ci sia questa contrappozione tra software libero e software proprietario; solo gli investimenti (e dunque i privati) portano a grandi prodotti. L’Ipad non sarebbe mai nato se non ci fosse stato solo il software proprietario”.

Ma quello su cui più si sofferma il libro di Federico è il testamento che Jobs ci consegna: “Visto dall’Italia, la fame e la follia evocate in quel discorso sono uno stimolo per chi è abituato ad accontentarsi delle briciole, uno stimolo all’emancipazione, significano: non abbiate paura”. Innovazione, emancipazione, fame e follia. Parole che richiamano il senso di quel manifesto di Sel apparso il giorno dopo la morte di Jobs per le strade di Roma, un omaggio laconico a Mr. Apple (“Ciao Steve”) che tante polemiche ha scatenato in Rete e che ha costretto Nichi Vendola a bocciare pubblicamente l’iniziativa delle federazione romana del suo partito. Ma Steve Jobs è un’icona delle sinistra? Su questo Federico non ha dubbi: “Sì, per quanto da una prospettiva americana – lo stesso Obama si definisce iPresident. E comunque, personalmente, trovo più interessante una sinistra che si può permettere di omaggiare Steve Jobs di una sinistra che si riconosce nei banchieri e nei figli di Colaninno”.
Fonte: M.M. su Letteraviola.it
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