Monthly Archive for ottobre, 2011

MORTE A HELSINKI

Dal 3 novembre in tutte le librerie un nuovo romanzo che vi lascerà senza fiato!
MORTE A HELSINKI di Jarkko Sipilä

Romanzo vincitore  del Premio Fiction  di cronaca nera  [Finlandia, 2009] è stato già tradotto in inglese e tedesco.

Un thriller magistrale,  che mette a nudo il lato nascosto di una terra misteriosa.
Jarkko Sipilä dosa nel migliore dei modi ritmo e ingredienti della storia, disegnando una trama che attraversa gli angoli più oscuri della società finlandese: corruzione, criminalità, legami con la malavita russa.
Una casa abbandonata a nord di Helsinki, un cadavere in un garage. L’unità crimini violenti del commissario Kari Takamäki indaga su un omicidio apparentemente opera di un professionista, ma la scena del crimine alimenta molti dubbi.
Suhonen, braccio destro di Takamäki, entra in azione trasformandosi in Suikkanen, un gangster senza scrupoli. La ricerca dell’assassino lo porterà ad agire, sotto copertura, in una zona d’ombra ai limiti della legalità. Ma i fini giustificheranno i mezzi? Morte a Helsinki è il primo di un ciclo di romanzi noir che ha per protagonista il commissario Takamäki.

Jarkko Sipilä è uno scrittore e giornalista finlandese, è uno degli autori più letti in Finlandia.
È stato inviato di cronaca nera per Mtv3 tv News e per il quotidiano «Helsingin Sanomat» per quasi vent’anni. Ha scritto undici romanzi ed è stato uno degli autori della serie televisiva sul commissario Takamäki, ispirata ai suoi libri. Sull’onda del successo di molti famosi scrittori scandinavi, e dopo aver ricevuto un grande riscontro di critica, il ciclo di romanzi è stato tradotto in inglese riscuotendo vasti consensi dal pubblico internazionale.

«STEVE JOBS? UN’ICONA DELLA SINISTRA»

Federico Mello conosce la “fame”. Quella di chi lavora in un call center a pochi euro al mese, senza un diritto, senza futuro. E conosce pure la “follia”. Quella di chi decide che è giunto il momento di ribellarsi, di fare causa all’agenzia interinale presso cui lavora, di guardare più in là, di inseguire il sogno. Ed è forse per questo che Federico si innamora subito del famoso discorso, era il 2005, in cui Steve Jobs invita i neolaureati di Stanford a restare “affamati e folli”: “Stay Hungry. Stay Foolish”.

Ed è in quel momento che, un po’ per “fame” un po’ per “follia”, Federico decide di scrivere il suo primo libro, L’Italia spiegata a mio nonno, un saggio-rap pubblicato online nel 2007 e poi uscito per Strade Blu di Mondadori; l’anno dopo, senza farsi mancare una nuova puntatina in un call center, viene chiamato da Michele Santoro a seguire la redazione Internet di Annozero dove lavora fino al giugno 2009 e infine approda al Fatto Quotidiano dove cura ancora oggi la pagina “Mondo Web”. Sì perché Internet, assieme alla politica, sono le più grandi passioni di Federico ed è a queste, infatti, che dedica la sua tesi di laurea. Ed è sempre il rapporto tra Internet e politica che ispira anche il secondo libro di Federico, Viola, ossia il racconto della primavera dei movimenti italiani nati dalla Rete di cui, primo giornalista in Italia, aveva capito le potenzialità quando nessuno avrebbe scommesso un soldo.

Col suo ultimo libro, invece, Federico ritorna alle origini del suo percorso personale e professionale, lavora per un anno ad un libro che è una biografia del genio di Cupertino scomparso di recente, ma anche una storia della rivoluzione di Silicon Valley a partire proprio da Stanford: “Il discorso di Steve Jobs non incarna solo la storia della sua vita ma i mutamenti degli ultimi 30 anni, la storia del computer, un epopea di hippie e nerd nati con le pezze al culo ma in grado di dare vita alla terza rivoluzione industriale. Jobs è convinto che Edison abbia cambiato il mondo più di quanto abbia fatto Marx. È un’affermazione che racconta molti di lui, sulla quale non tutti si possono riconoscere, ma non c’è dubbio che se Edison ha permesso l’elettricità, Steve ha reso il computer uno strumento nelle mani delle persone, familiare e usabile da tutti, l’ha assemblato, ha creato l’interfaccia grafica e cioè quelle “metafore” che riproducono sullo schermo gli oggetti di tutti i giorni: la scrivania, il cestino, le finestre. E ora, in tutto il mondo viene usato per comunicare e anche, come Wikileaks o i blogger nord-africani, per provare a cambiare il mondo”.

Insomma un genio, un innovatore su cui però gravano alcune ombre, come quella sullo sfruttamento dei lavoratori in Cina da parte della Apple: “Certo che non mancano i lati oscuri nella vita di Jobs, e nel libro li racconto tutti. Ma questo non toglie -spiega Federico- che sia una persona che ha fatto le cose nella prospettiva di cambiare il mondo in meglio”. E nemmeno le parole dure e un po’ ciniche di Richard Stallman, padre del software libero, pronunciate contro Jobs all’indomani della sua morte riescono ad intaccare il mito del padre di Apple: “Ho grande stima di Stallman, è chiaro che rappresenta una posizione importante ma non credo che ci sia questa contrappozione tra software libero e software proprietario; solo gli investimenti (e dunque i privati) portano a grandi prodotti. L’Ipad non sarebbe mai nato se non ci fosse stato solo il software proprietario”.

Ma quello su cui più si sofferma il libro di Federico è il testamento che Jobs ci consegna: “Visto dall’Italia, la fame e la follia evocate in quel discorso sono uno stimolo per chi è abituato ad accontentarsi delle briciole, uno stimolo all’emancipazione, significano: non abbiate paura”. Innovazione, emancipazione, fame e follia. Parole che richiamano il senso di quel manifesto di Sel apparso il giorno dopo la morte di Jobs per le strade di Roma, un omaggio laconico a Mr. Apple (“Ciao Steve”) che tante polemiche ha scatenato in Rete e che ha costretto Nichi Vendola a bocciare pubblicamente l’iniziativa delle federazione romana del suo partito. Ma Steve Jobs è un’icona delle sinistra? Su questo Federico non ha dubbi: “Sì, per quanto da una prospettiva americana – lo stesso Obama si definisce iPresident. E comunque, personalmente, trovo più interessante una sinistra che si può permettere di omaggiare Steve Jobs di una sinistra che si riconosce nei banchieri e nei figli di Colaninno”.

Fonte: M.M. su Letteraviola.it

L’INDIGNAZIONE DI PIETRO INGRAO ARRIVA ANCHE IN GRECIA

Nel marzo 2011 Aliberti editore ha pubblicato Indignarsi non basta, la risposta di Pietro Ingrao al grande successo francese di Stéphane Hessel, Indignez-vous!.
Nel suo libro Ingrao invita il popolo italiano a «costruire una relazione condivisa, attiva», perché l’indignazione, da sola, non basta.

Oggi la casa editrice greca Ekdoseis Eumaros sceglie di tradurre e ripubblicare Indignarsi non basta, diffondendo così l’importante contributo di uno dei nomi più significativi del Novecento Italiano anche in un paese sofferente come la Grecia, nel delicato momento storico che sta vivendo. (accanto la copertina dell’edizione greca).

«Valuto molto più forte il rischio che i sentimenti dell’indignazione e della speranza restino, come tali, inefficaci, in mancanza di una lettura del mondo e di una adeguata pratica politica che dia loro corpo. Che l’indignazione possa supplire alla politica e, in primo luogo, alla creazione delle sue forme efficaci è illusorio».

«Ho imparato in questo secolo l’indicibile dell’umano, di ognuno di noi e della relazione con l’altro che non possiamo mai afferrare fino in fondo. La mia paura è che mi venga tolto non tanto il pane e nemmeno la Costituzione, ma questa idea dell’umano. Vi prego, non permettete che la domanda sull’essere umano venga cancellata».


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CASO DONATONI: IN AUGE LA TESI DI ALMERIGHI, IL GIUDICE CHE PUNTÒ IL DITO SUI NOCS

Ieri La Repubblica ha rilanciato l’inchiesta sul delitto Donatoni, così come sostenuto nel libro MISTERO DI STATO di Mario Almerighi: la pista interna al Nocs, Calipari, la morte di Mario Moro e il fascicolo insabbiato. La pista di Almerighi, che puntò il dito sui Nocs, è stata confermata fino in Cassazione.

«Soffiantini, Donatoni. Vi dicono niente questi nomi? (…) Questo libro è un evento raro. Racconta, con la scrittura incalzante di un romanzo e il rigore logico di una sequenza di vicende svelate, accertate, provate, la storia di un giudice che rovescia una catena di indagini e una sentenza, dimostrando che la forza della giustizia è – prima di tutto – la capacità di identificare e dichiarare l’errore, anche quando quell’errore è diventato immagine di eroismo e valore e celebrazione» (Dalla prefazione di FURIO COLOMBO)

Su Il Fatto Quotidiano di oggi Ferruccio Sansa si occupa del caso Donatoni, di seguito riportiamo il suo articolo.

Un fascicolo rimasto tre anni nel cassetto di un giudice. E una domanda senza risposta: chi ha ucciso Samuele Donatoni, ispettore dei Nocs morto durante il blitz per arrestare i rapitori di Giuseppe Soffiantini?
Aprire il fascicolo fa paura a molti. Perché si tratta di far luce sulla zona d’ombra nella quale da anni opera un corpo scelto di Polizia, i Nocs. Non solo: c’è da affrontare il nodo dei processi che coinvolgono le forze dell’ordine. E ci si ritrova in quello che una volta veniva definito il “porto delle nebbie”: il Tribunale di Roma.
Una storia arrivata al paradosso: “Ci sono due sentenze definitive che raccontano verità opposte”, racconta Mario Almerighi, il magistrato che ha riaperto il caso. Per la morte di Donatoni, tra i rapitori di Soffiantini c’è chi è stato condannato all’ergastolo e chi è stato assolto. Ma dall’ultimo processo emergono dettagli inediti: prove perdute e altre comparse dopo mesi, pistole sparite, prove che il cadavere è stato spostato. Soprattutto una perizia con una nuova pista, poi ignorata: a sparare sarebbe stata una calibro 9 parabellum, come quella dei Nocs. Un mistero dimenticato. Ma arriva un libro che lo rispolvera, “Mistero di Stato”, scritto proprio da Almerighi. Poi un’inchiesta di Repubblica ch e rivela un’altra faccia dei Nocs, fatta di violenze e segreti.
Tutto comincia nella notte del 17 ottobre 1997 sulla statale di Riofreddo. Il pagamento del riscatto Soffiantini è in realtà un trappola per i sequestratori sardi. Ad attendere la banda guidata da Mario Moro ci sono decine di Nocs. Ognuno con un nome in codice. Donatoni è Volpe 6, ha un compito tra i più pericolosi: scagliarsi sui ra-pitori appena prenderanno il riscatto. Ma qualcosa va storto: Moro sente un rumore, spara con il kalashnikov. È uno scontro selvaggio. Alla fine Donatoni resta a terra, morirà in pochi minuti. Il primo processo a carico dei rapitori, esecutori materiali dell’omicidio e concorrenti, indica una strada: è stato Moro a sparare.
CONDANNA
Confermata in Cassazione, caso chiuso. E invece no: bisogna processare per lo stesso reato Giovanni Farina, l’ultimo membro della banda arrestato in Australia. Pare un processo semplice, basta utilizzare gli atti che avevano portato alla condanna dei complici. Ma leggendo le carte i magistrati scoprono elementi fino ad allora ignorati: emerge che la notte del blitz c’erano voluti venti minuti per trovare il corpo di Donatoni (si disse che era caduto in una scarpata). È solo l’inizio: la busta con le fotografie delle macchie del sangue di Donatoni era ancora sigillata. Esaminandola ci si accorge che le tracce erano lontane quasi cento metri dal luogo di ritrovamento del cadavere. A fare luce è la testimonianza di Nicola Calipari, all’epoca alla Criminalpol, che era arrivato sul luogo mezz’ora dopo la sparatoria. È lui l’unico teste ritenuto attendibile dai magistrati dell’ultimo processo. Calipari racconta: la sparatoria è avvenuta vicino a un ponticello, dove c’era il sangue, ma non il corpo. Il quadro si capovolge. Secondo l’esperto Geraldo Capannesi, le tracce di polvere sulla ferita rivelavano che a uccidere Donatoni è stato un colpo sparato alle spalle, da 40-60 centimetri. Gli era entrato dalla coscia, gli aveva attraversato il torace e reciso l’aorta. Non era stato il rapitore, quindi, a sparare, ma qualcuno che stava accanto all’ispettore. Gli esperti non sembrano avere dubbi: il colpo è partito da una pistola calibro 9, come quelle dei Nocs. Un colpo scappato per errore? Gli esperti annotano: difficile, quelle armi hanno due sicure. Esaminare le pistole dei compagni di Samuele è impossibile: rottamate. Così sono stati “buttati via” i residui di sangue prelevati sul luogo.
FARINA venne assolto anche in Cassazione. A guidare l’accusa sempre il pm Franco Ionta, lo stesso che si era occupato del caso dal giorno del blitz.
Ma ci sono altri punti da chiarire. A cominciare dalla morte di Moro: fermato a un posto di blocco dai Nocs, viene raggiunto da tre colpi di pistola e muore dopo settimane di sofferenza. Prima, però, dà una sua versione. Ammette ogni cosa, ma respinge una accusa: non ha ucciso il poliziotto e punta il dito sui colleghi dell’ispettore. A quel punto Almerighi passa gli atti alla Procura, perché indaghi sulle false testimonianze, sugli ostacoli alle indagini. Il risultato? L’inchiesta è affidata ancora una volta a Ionta. Che nel 2008 chiede l’archiviazione, pochi giorni prima di essere nominato direttore del Dipartimento amministrazione penitenziaria da Angelino Alfano. Da allora le carte rimangono chiuse in un cassetto del Gip.

6 novembre – GENOVA: DON ANDREA GALLO OMAGGIA FABRIZIO DE ANDRÈ

A conclusione dei tre giorni di iniziative organizzate dalla Comunità  di San Benedetto al Porto di Don Andrea Gallo come omaggio a Fabrizio  De Andrè, domenica 6 novembre al Teatro Modena di Genova si terrà il  grande evento A Forza di essere vento, con la partecipazione del Coro Le Colone 40 voci miste dirette dal maestro Giuseppe Tirelli per la  regia di Claudio de Maglio: musiche e letture per coro e orchestra  sui temi di Faber.
Presenterà la serata Claudio Agostoni di Radio Popolare Network  insieme a Don Andrea Gallo e a Don Luigi di Piazza. Molti gli  invitati fra cui Dori Ghezzi, Gino Paoli, Loris Mazzetti.
Il legame a filo doppio che continua a legare Don Andrea Gallo a  Fabrizio De Andrè è confermato dal richiamo costante alle parole di  Faber nelle pagine dell’ultimo libro di Don Andrea Gallo, Il Vangelo  di un utopista. Nel libro Don Andrea Gallo afferma: «Smisurata  preghiera di De André è la sintesi del Vangelo di Gesù».
Il ricavato sarà devoluto alla Comunità di Don Andrea Gallo.

Il libro
«Il Vangelo è vita, è liberazione, è il gusto e il rischio della vita». Partendo dal concetto di utopia di Eduardo Galeano, don Andrea Gallo ci spiega: «Quando sei convinto che a trecento metri ci sia quello che vuoi raggiungere, li percorri e ti rendi conto che l’utopia è trecento metri più in là. Per questo ti dici: “Allora è veramente irrealizzabile”. Invece no, perché c’è un aspetto positivo: che si sta camminando, e l’utopia si realizza strada facendo».
Nel portare da oltre cinquant’anni il messaggio di Gesù, sempre sulla strada, sul marciapiede, sempre in mezzo agli ultimi, don Gallo ha messo insieme i suoi sei personalissimi Vangeli. Il primo è il messaggio che tutti, credenti e non credenti, possono cercare la verità costruendo un’unica grande famiglia umana. Il secondo è la Pace, la giustizia verso i più poveri, i senza dignità, non come frutto della carità-elemosina, ma del riscatto storico e della giustizia. Il terzo è appunto l’utopia, perché Gesù è nell’orizzonte della speranza del regno. Il quarto è la sobrietà, primo passo verso la solidarietà; il quinto, la Costituzione della Repubblica italiana, che è democratica, laica, antifascista, «e non è un optional, l’antifascismo, per nessun cittadino». L’ultimo è il “vangelo” lasciatoci da Fabrizio De André ed Ernesto Balducci, i quali ci dicono che «l’unica strada possibile è incarnarsi nella vita dei poveri e degli esclusi, non per essere travolti e abbassati, ma per vivere insieme a loro la liberazione reale».
Con la stessa energia che lo porta a girare di notte per i carrugi di Genova per aiutare chi soffre, con la stessa generosità che lo vede conferenziere in giro per l’Italia, don Gallo consegna alla parola scritta la sua personale utopia, che è poi la stessa del Vangelo: cambiare il nostro quotidiano e, di conseguenza, cambiare il mondo.

Per capire attraverso quali parole Don Andrea Gallo prega, esce in allegato al libro il suo personale e originalissimo breviario: Le preghiere di un utopista.
«Quando gli uomini e le donne cercano di entrare in contatto con Dio, allora nascono le preghiere: ci sono anche delle formule prefissate, ma la vera preghiera è l’espressione che viene dal profondo del cuore».

Il video