Monthly Archive for dicembre, 2011

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Italia radioattiva e Scorie nucleari “Chi sa trema, ma in silenzio”

Dai depositi di scorie ereditati dall’epoca dell’atomo, ai materiali di scarto medicali, fino ai rischi connessi alle trivellazioni per la costruzione del famigerato corridoio 5 della Tav. La lunga serie di rischi connessi al nucleare, raccontata in un libro da Andrea Bertaglio e Maurizio Pallante. Ne anticipiamo alcuni brani

Nonostante i referendum dello scorso giugno abbiano ribadito l’indisposizione degli italiani ad avere a che fare con l’energia nucleare, sono ancora molti i rischi e i problemi legati alla radioattività: dai rifiuti radioattivi di Saluggia, nel vercellese, alle testate atomiche nelle basi americane di Ghedi e Aviano; dagli effetti del poligono del Salto di Quirra, in Sardegna, all’uranio nelle montagne della Val di Susa. Solo alcuni sono legati alle vecchie centrali atomiche, ma la maggior parte di essi restano taciuti. Lo rivela un libro-inchiesta in uscita oggi, “Scorie radioattive. Chi sa trema, ma in silenzio” (Aliberti editore), in cui oltre alla denuncia si cerca di capire l’origine di queste problematiche. Che, secondo gli autori Andrea Bertaglio e Maurizio Pallante, è riconducibile all’ossessione per una crescita illimitata dei consumi e dell’economia.

Un’idea condivisa da uno degli esperti intervistati nel libro, l’ingegnere nucleare Massimo Zucchetti, docente di Protezione dalle radiazioni al Politecnico di Torino e Research affiliate presso il prestigioso MIT, Massachusetts Institute of Technology di Boston. Per Zucchetti, infatti, “anche Fukushima ci ha fatto capire che sarebbe meglio fare a meno di aver bisogno di tutta questa energia, rivedendo quindi il nostro modello di sviluppo”. “Ci sono molte persone che affermano che delle nuove energie sostituiranno il nucleare e ci consentiranno di farne a meno. Secondo me non è così che si dovrebbe ragionare”, afferma il professore: “Bisognerebbe ragionare su come muoversi verso un sistema in cui non abbiamo più bisogno di tutta questa energia”. Che, per essere prodotta in quantità sempre più ingenti, può portare a tragedie immani.

“Noi viviamo immersi nella radioattività naturale, e siamo geneticamente predisposti per sopportare basse dosi di radioattività”, ricorda Zucchetti: “Ma non abbiamo organi di senso che ci consentano di capire se le radiazioni ci sono o meno”. Basti pensare che “in un campo a livello di un incidente come quello di Chernobyl, in cui una persona entra nel nocciolo di un reattore scoperto, la quantità di calore su tutto il corpo è pari a 1 watt, che è un decimo di una lampadina fioca”. Le radiazioni sono quindi in grado di fare male in maniera molto silenziosa, e l’unico modo che si ha di percepirle attraverso il nostro organismo “viene dopo, quando si mostrano i loro effetti, ed è troppo tardi”.

Fra i vari problemi legati alla radioattività, c’è che “l’Italia è punteggiata di decine di siti dove sono conservati con grande fiducia materiali radioattivi di vario tipo, provenienti dalla precedente esperienza nucleare, ma anche dall’uso medicale e industriale delle radiazioni”, avverte il professore: “Luoghi in cui chiunque potrebbe fare dei blitz senza grandi problemi, spesso in zone del tutto inopportune”. E questo sempre perché in Italia “non esiste un luogo in cui tenere i materiali radioattivi in maniera controllata e conosciuta, ma è tutto lasciato così, alla speranza che non sorgano problemi”.

In effetti, molte persone sono contrarie all’atomo proprio perché ritengono il nostro Paese inaffidabile nella gestione di questioni così delicate. Timori fondati? Per Massimo Zucchetti “più che altro si tratta di dati di fatto, soprattutto se vediamo come è stata gestita la precedente esperienza nucleare”. “Alcuni colleghi nuclearisti in certe parti del mondo mi hanno confidato di essere molto contenti che il nucleare in Italia non sia stato ripreso, perché sarebbe stato un esempio pernicioso per il nucleare in tutto il resto del mondo”. Chiosa l’ingegnere: “In effetti molto probabilmente ci avremmo messo il triplo del tempo per costruire un impianto, non sarebbe stato mai finito e ne sarebbero successe di tutti i colori”.

“Ritengo però che non ci si debba arrendere a questo degrado morale e anche tecnico a cui siamo stati soggetti in questi ultimi vent’anni”, afferma lo scienziato: “Noi siamo benissimo in grado di fare delle opere complesse, purché servano. Non abbiamo bisogno né del ponte sullo Stretto, né dell’alta velocità, e neppure degli impianti nucleari, in realtà. Ma magari di altre cose altrettanto pregiate, perché no? Ribelliamoci al principio per cui dovremmo essere incapaci a priori. Qualcosa siamo più che in grado di farlo. In fondo, parlando del mio campo, Enrico Fermi era italiano e ha vinto il Nobel per la fisica”.

Massimo Zucchetti è anche consulente gratuito della comunità montana della Valle di Susa e, sempre in termini di radioattività, da anni si occupa dei rischi che corre la popolazione valsusina nel caso in cui si dovesse veramente costruire il famigerato Corridoio 5. “La Valle di Susa è costellata di piccole formazioni sia di amianto che di uranio”, fa presente Zucchetti: “Fino a che questi materiali pericolosi restano nel ventre della montagna va bene; quando si portano fuori, dovendo scavare questi tunnel, da un lato possono provocare danni alla salute dei lavoratori, che respirerebbero gas radioattivi emessi dalla roccia, dall’altro c’è il fatto che tutti questi milioni di tonnellate di polveri verrebbero all’esterno”.

I potenziali rischi per la salute, in Valle di Susa, non giungono solo dalla montagna, ma anche dai gas lacrimogeni abbondantemente utilizzati dalla polizia negli scontri di Chiomonte dello scorso 3 luglio. “Non solo il 3 luglio”, puntualizza Zucchetti: “Abbiamo calcolato che questi gas sono stati usati almeno una ventina di volte, fra manifestazioni e assedi di vario tipo”. “I lacrimogeni, oltre agli effetti fastidiosi che hanno nell’immediato, hanno tutta una serie di effetti collaterali, che possono portare a insufficienza respiratoria, reazioni cutanee o danni agli organi interni”.

Occupandosi di radiazioni e di agenti genotossici, il professor Zucchetti ha anche scoperto che “questo gas Cs ha delle potenzialità di tipo cheratogeno e mutageno, cancerogeno insomma”, anche se “non con lo stesso meccanismo delle radiazioni”. Ciò che preoccupa maggiormente, però, è che “questi gas sono stati lanciati su bambini, donne incinte, anziani, persone comunque deboli o con la possibilità di vedere il proprio futuro compromesso”. Un fatto che, “per un buco che non c’è, per un cantiere infinito, è una cosa davvero inaccettabile”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it

IL KOMANDANTE. BIOGRAFIA NON AUTORIZZATA DI VASCO ROSSI

Un Vasco Rossi inedito e privato, in una straordinaria e imperdibile biografia,  l’unica veramente completa,  dagli albori alle fasi più recenti della sua carriera artistica.
«Eccomi sono tornato, il rock sono io»

Questo libro inizia molto prima della nascita di Vasco, con la fondazione del suo paese natale, nel lontano 1465, e finisce, o meglio, si ferma all’ottobre del 2011. Non vuol essere una biografia strutturata e strutturale del “Komandante”, ma un agile racconto di tappe essenziali della sua vita, una nuova vita che comincia il 7 febbraio 1952 in una cittadina dell’Appennino emiliano, che è posta quasi a metà strada tra Modena e Bologna e che si chiama Zocca.
Da qui, nutrita dall’amore di babbo Giovanni Carlo e di mamma Novella, così diversi nell’esprimerlo ma così simili nel provarlo, prenderà il via un’avventura straordinaria, che per sentieri insoliti condurrà “Blasco” nell’empireo della musica contemporanea, osannato da milioni di fan. Canzoni indimenticabili come Albachiara, Vita spericolata, Siamo solo noi, Bollicine, Anima fragile, sono solo alcune tra le hit che lo hanno reso celebre.
Un’avventura che lo vede oggi ancora indomabilmente combattivo, anche se provato dai malanni e da una vita sempre spinta al massimo: perché è vero, Vasco oggi è «un uomo evidentemente molto stanco», ma sempre e ancora «straordinariamente innamorato della vita, di questa vita qua, così strana, contradditoria e affascinante, che lui ha attraversato con grande generosità, sempre, da trent’anni, sotto le luci, nel suono e nel rumore dello spettacolo continuo, provando forse nel profondo un po’ di nostalgia per quei semplici momenti con il padre – mentre in macchina insieme lasciavano il collegio salesiano o mentre correvano alle prime lezioni di musica di Vasco –  percorsi da lunghi amorevoli silenzi».

INCONTRARE ANTONIO TABUCCHI…

di Marco Alloni

… Ho un debito di riconoscenza, penso, lasciando Vecchiano alla sera accompagna­to verso la stazione da un taxi sfrecciante; un debito che riguarda le sue idee, le sue storie, il connubio fra storie e idee. E mi vengono in mente alcune banalità che certe circostanze favoriscono. «Ha delle ottime idee, ma non le sa narrare» si dice talvolta di uno scrittore, oppure: «Non ha niente da raccontare, ma lo racconta così bene». A Tabucchi devo ore di aneddoti e riflessioni, balzi del pensiero e trovate dello spirito, e quell’oralità che il foglio non può restitui­re, la più difficile, in tutti i sensi, da con­segnare alla pagina. Lui, mi dico, ha idee e racconti in una sintesi esatta, e quando sul treno ritrovo l’eco della sua voce mi ripeto che con questo volumetto non resterà trac­cia del debito che ho con lui, il debito che chi contrae con lui, ascoltandolo, sa ine­stinguibile: averne udito le storie e la voce, aver sentito il Tabucchi cantastorie, evoca­tore, rapsodo, il Tabucchi dell’immediatez­za, dell’irripetibilità. Mi rammarico quasi di aver messo mano alla penna, tradotto, tradito, fissato le sue risposte sulla carta invece di lasciarle a se stesse. Qualcosa di decisivo lo celano sempre, dentro le parole, i narratori: non so cosa sia, lo si avverte lì per lì, non lo si capisce, è la verità di un attimo, un attimo dopo introvabile. Lascio la Toscana con strani echi nelle orecchie, so che ho smarrito qualcosa, e ne ho già rim­pianto senza conoscerlo.

Dall’incontro tra Marco Alloni e Antonio Tabucchi è nato Saudade di libertà, il quinto volume della collana I dialoghi

Travaglio, Fatti a pezzi
Galimberti, Il viandante della filosofia
Giorello, se ti spiegassi la scienza?
Augias, Divulgare il mondo
Magris, Se non siamo innocenti
Colombo, Il diritto di non tacere

IL TROTA HA DETTO. Ecco il primo libro (esilarante) sul figlio del Sentùr

Il Trota ha detto che gli hanno rubato la macchina,
non ha visto chi è stato ma è riuscito
a prendere il numero di targa

Il Trota ha detto che ha provato
a vendere accendini ai semafori, ma non ha trovato
nessun semaforo che fumasse

“L’ultima sul web è Il Trota ha detto. […] Stiamo entrando
nell’era del Trota. Esultano i carabinieri, dopo anni di monopolio
in quanto a barzellette. Per l’Arma si chiude un’era”.
Il Giornale

Un tormentone che ha spopolato sui quotidiani, sul web e nei bar, che ha sostituito le barzellette su Francesco Totti e quelle sui carabinieri. Il Trota ha detto è una comunità facebook che conta ogni giorno centinaia di nuovi iscritti e che ogni ora sforna decine di battute sul figlio del leader della Lega Nord, attualmente consigliere regionale della Lombardia.

Una comunità che nasce da un malcontento diffuso specialmente tra i giovani e che catalizza il malumore di una generazione dalla precarietà assoluta e quindi nemica dei figli di papà. Una comune voglia di protestare contro un sistema-paese dove meritocrazia fa rima con utopia e che non richiede (e non vuole) alcun lancio di estintori, ma che fa della satira e dell’umorismo la sua arma vincente. E così da questo laboratorio di idee, formato da decine di migliaia di persone, sono nate le perle di saggezza che Claudio Giagnoni, ideatore della community Il Trota ha detto, ha voluto raccogliere in questo libro. Una battuta dopo l’altra, scoprirete che la fantasia non ha limiti…

Claudio Giagnoni, ha 35 anni e vive in Toscana, in provincia di Pistoia. Laureato in Informatica a Firenze è
l’ideatore e l’amministratore della pagina facebook Il Trota ha detto. Ama il web, ma non sempre è
ricambiato.

Fonte: affaritaliani.it