TITANIC EUROPA: intervista a Vladimiro Giacché


DI HELENA JANECZEK

Si chiama Titanic Europa (Aliberti, 14,00€), ma in circa 170 pagine contiene una nave e un iceberg ben più grandi: la crisi economica presa da molto prima del crack di Lehman Brothers, fino alla Grecia e l’Italia, perno del possibile naufragio, too big to fail ma troppo grande per essere salvata. L’ha scritto Vladimiro Giacché, dirigente della finanziaria Sator e, al contempo, marxista dichiarato. Nel saggio prevale lo sguardo dell’insider o la voce del militante? Entrambe, si direbbe, ma forse soprattutto qualcos’altro. Grande capacità di sintesi, chiarezza espositiva, scrittura agile. Si tratta per due terzi di un breviario utile a chiunque voglia integrare il costume di esprimersi come un allenatore con la più recente urgenza di dire qualcosa di sensato su spread e pareggi di bilancio.
Riconoscere le ragioni di una crisi di sistema e discernere le risposte affatto obbligatorie con cui si è reagito a essa, riduce il senso di impotenza di chi ne è investito quasi fosse un evento naturale. La grande bolla esplosa nel 2008 si stava preparando da decenni. Con la fine del boom industriale, la macchina del consumo e del profitto occidentale è stata alimentata togliendo ogni vincolo all’economia del credito e della finanza. Il suo rovescio è l’indebitamento, ma il conto della deflazione viene fatto pagare ai più deboli: negli Usa alle famiglie povere che avevano acceso un mutuo sulla casa, in Europa ai lavoratori costretti a rinunciare alle conquiste sociali. Il salvataggio delle banche, secondo un rapporto della Bank of England del 2009, è invece costato 14.000 miliardi di dollari, debito spaventoso assorbito a gratis dagli Stati che ora arrancano o si trovano nel occhio del ciclone. La cura non solo iniqua ma per giunta sbagliata – vedi i risultati in Grecia – dimostra, secondo Giacché, quanto un’ideologia possa resistere persino alla lezione della realtà.

Lei mostra di trovarsi in buona compagnia. Sempre più economisti riconsiderano Marx e ripetono, con Keynes, che imporre l’austerity in tempi di recessione è un’idiozia suicida. Ormai lo dicono non solo i più liberal, ma un numero crescente di colleghi mainstream. Perché la politica UE è diventata più realista del re nel farsi volonterosa esecutrice di una supposta volontà dei mercati?

Per due ordini di motivi. Il primo ha a che fare con l’ideologia. E più precisamente con l’idea che il “dimagrimento” dello Stato, la riduzione del suo ruolo nell’economia, sia sempre e comunque una cosa positiva. La ricetta giusta per la crescita economica sarebbe questa: politiche monetarie anti-inflazione da un lato, dall’altro massima libertà dei mercati e minimo ruolo dello Stato. Peccato che proprio la crisi iniziata nel 2007 dimostri che la massima libertà dei mercati comporta massima instabilità economica e finanziaria, e che soltanto un vigoroso intervento pubblico può in certi casi evitare l’avvitamento in una spirale depressiva e deflativa, che oggi rappresenta certamente un rischio ben maggiore di dosi moderate di inflazione. Non meno importante è però un secondo motivo, molto più concreto. Oggi una politica di austerity significa essenzialmente riduzione delle prestazioni sociali e pensionistiche. E quindi significa scaricare i costi della crisi sui cittadini, e in particolare sui lavoratori. Perché se il biglietto dell’autobus raddoppia o se per avere una pensione decente bisogna versare contributi anche a un’assicurazione privata, questo vuol dire che tutta una serie di spese che per alcuni decenni sono state a carico dello Stato torneranno a scaricarsi sugli individui. D’altra parte, per le società private a cui sarà attribuita la gestione di servizi ora pubblici, o che compreranno (magari a prezzi di saldo) questa o quella municipalizzata, tutto ciò rappresenterà invece una formidabile opportunità. Così come lo sono state le privatizzazioni degli anni Novanta. A cui sono seguiti però gli anni di crescita più bassa dell’economia italiana di tutto il dopoguerra: cosa che i pasdaran del mercato spesso dimenticano.

Monti è il primo della classe nel “fare i compiti” imposti. All’estero si sperava che in cambio riuscisse a incidere un po’ sulla rotta del Titanic. Purtroppo sembra più vero quel che ha scritto Krugman, con occhio particolare alla Grecia. Facile dire alla Bce e alla Germania quel che dovrebbero fare, dare consigli ai governi dei paesi periferici – tecnici o no, “bravi” o meno – è difficilissimo. Sono in trappola: possono solo implorare sconti di pena sull’austerità e aspettare che le cose vadano meglio o decisamente peggio. Da dove può saltar fuori un nuovo timoniere? Dalle elezioni francesi?

Una cosa è certa: un nuovo timoniere non può provenire né dai tecnocrati europei, cresciuti a pane e liberismo, né dai politici che ne condividono l’ideologia, apparentemente neutra, in realtà con forte connotato di classe. La sconfitta abbastanza prevedibile di Sarkozy alle prossime elezioni francesi sarà una buona notizia per l’Europa, soprattutto se Hollande terrà fede alle sue promesse elettorali di sconfessare il peggioramento del trattato di Maastricht che passa sotto il nome di fiscal compact. Ma a ben vedere non ci serve un nuovo timoniere con nome e cognome: molto più importante è che ai popoli europei sia finalmente concesso di dire la loro sulla rotta da seguire. Sono anni, ormai, che questo viene sistematicamente impedito.

Nell’acquisizione generalizzata che Berlusconi era ”ormai impresentabile”, sfugge un passaggio che inchioda il suo governo a una colpa precisa circa l’estendersi della crisi all’Italia. Ce lo riassume?

Questo passaggio riguarda precisamente il peggioramento del patto di stabilità di cui parlavo prima. Il Consiglio Europeo che lo ha deciso si è svolto nel marzo 2011, dopo mesi di discussioni, e il governo Berlusconi-Tremonti lo ha avallato senza fiatare, mentre avrebbe potuto e dovuto mettere il veto. Il problema è che il fiscal compact non soltanto generalizza l’obbligo di politiche di austerity, ma contiene anche norme che colpiscono in primo luogo l’Italia: a cominciare dall’obbligo di ridurre del 5 per cento annuo lo stock di debito eccedente il 60% del prodotto interno lordo. Siccome l’Italia ha un debito pubblico che si aggira sul 120% del pil, l’entità della correzione nel nostro caso è abnorme (circa 45 miliardi annui), e oltretutto va sommata agli oneri per interessi che comunque dobbiamo pagare (72 miliardi nel 2012). Se quel vincolo non sarà abolito, le correzioni di bilancio necessarie distruggeranno il welfare e impediranno per molti anni di effettuare gli investimenti indispensabili in formazione e infrastrutture. Tutto questo deprimerà la crescita e farà peggiorare il rapporto debito-pil. E’ un nonsenso economico. Di cui dobbiamo ringraziare il governo Berlusconi. Oltretutto proprio l’introduzione di quel vincolo ha attirato l’attenzione dei mercati sul caso italiano, sino ad allora rimasto ai margini della crisi (e giustamente, visto che in termini di deficit la nostra situazione era migliore di gran parte degli altri Paesi europei). Non a caso, da aprile 2011 comincia il peggioramento dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, che dai 120 punti base di allora è giunto a toccare i 530 a inizio 2012.

Lei invoca “più Stato” per uscire dalla crisi e pensa che ci sarebbe da imparare addirittura dalla Cina. Parte della sinistra le obietterebbe con i diritti – non solo umani, ma anche dei lavoratori cinesi. E con la questione ambientale che non può essere disgiunta da quella sociale.

Mi sembra evidente che solo una forte ripresa dell’intervento pubblico nell’economia possa dare risposta ai problemi che il mercato si è dimostrato incapace di risolvere: come garantire uno sviluppo economico equilibrato, porre un argine alla distruzione dell’ambiente (ormai prossima a un punto di ritorno) e invertire il trend per cui della ricchezza prodotta socialmente si appropria una classe numericamente sempre più esigua (nei nostri Paesi l’impoverimento relativo e assoluto della classe lavoratrice previsto da Marx, di cui molti sociologi si erano presi gioco nei decenni scorsi, è una realtà sempre più evidente). Rispetto a tutto questo, bisogna prendere atto del fatto che se a Berlino nel 1989 ha fatto fallimento il modello dello “Stato senza mercato”, a New York nel 2008 è toccata la stessa sorte al “mercato senza Stato”.
Oggi bisogna sperimentare nuove forme di organizzazione economica della società, che sappiano trovare un giusto mix tra Stato e mercato. Mi sembra evidente che non è il giusto mix la soluzione “occidentale” di questi anni, in cui allo Stato si è affidato prima il compito di donatore di sangue per imprese private in difficoltà, per poi imporgli – passata la paura – un drastico ridimensionamento del proprio ruolo. Bisognerebbe invece tornare a riflettere su temi quali la pianificazione economica, il ruolo di indirizzo da attribuire al settore pubblico dell’economia da un lato, e quello dei produttori privati indipendenti. L’esperimento cinese non è un modello, ma è interessante proprio perché rappresenta un tentativo di combinare Stato e mercato in una sintesi nuova: una crescita economica del 9-10% annuo da trent’anni in qua, che ha strappato alla povertà 200 milioni di persone, non credo possa essere liquidata con poche battute. Di certo non lo ha fatto l’Economist, che ha dedicato uno dei suoi ultimi numeri all’ “ascesa del capitalismo di Stato” in Cina e in altri Paesi emergenti con elevati tassi di sviluppo.

Da dove bisognerebbe cominciare, per opporsi alle regole che oggi dominano l’economia e la politica? Quali potrebbero essere gli obiettivi di un’opposizione democratica? Quale il disegno più ampio verso cui tendere? Cosa pensa, per esempio, del “diritto all’insolvenza”? O della “decrescita felice” che rappresenta forse la formula più nota per un cambiamento a lungo termine?

Bisogna per prima cosa opporsi all’idea, che purtroppo ha fatto breccia in vasti strati della popolazione, che quanto accade sia fatale e necessario. Non è così: non è fatale la crisi, e non sono obbligate le misure intraprese per contrastarla, e che invece la peggiorano. Non esiste una sola misura che sia necessitata dai mercati e che non sia frutto di precise scelte politiche. In particolare: la politica di austerity intrapresa da questo governo, e coronata dall’introduzione della regola del pareggio di bilancio in Costituzione, è una politica di destra. Oggi una politica di sinistra significa invertire di segno quella politica. E quindi: denunciare il fiscal compact europeo, farla finita con una politica decisa dai movimenti giornalieri dello spread e più in generale restituire alla democrazia – e quindi ai poteri pubblici – i suoi diritti. A cominciare da quello di regolamentare i mercati e i movimenti di merci e di capitali, dove necessario. Oggi il nostro Paese ha tre grandi emergenze: la riduzione della disuguaglianza, una politica di investimenti pubblici per migliorare la competitività di sistema e tornare a crescere, una fiscalità efficiente (che recuperi i 120 miliardi sottratti ogni anno all’erario e attui finalmente una progressività fiscale che in questo paese non si è mai vista). Per risolverle, bisogna tornare a praticare una politica industriale e una politica dei redditi: entrambe cose ben lontane dall’orizzonte dei tecnocrati che ci stanno (pessimamente) governando. Nel più lungo periodo, è evidente che il modello di sviluppo attuale non tiene. Ma l’unico modo per sostituirlo con qualcosa di progressivo è attuare forme di controllo sociale della produzione. Lo vediamo anche a proposito della “decrescita felice”. Sotto questa etichetta si celano cose piuttosto diverse tra loro. Ma comunque si declini questo tema, il controllo dei tassi di crescita presuppone forme di governo dell’economia non identificabili con l’”anarchia della produzione” capitalistica: e quindi anche per questa via torniamo al tema delle forme di controllo sociale della produzione oggi praticabili.

Per finire, quanto al “diritto all’insolvenza”, non mi sembra un diritto che la sinistra debba rivendicare. Continuo a pensare che sia meglio far pagare il debito a chi in questi decenni non ha mai pagato: la prima regola del gioco che dobbiamo cambiare è questa.

Fonte: nazioneindiana.com
Una versione più breve è uscita su L’Unità, 19 aprile 2012.

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