“Corretti e corrotti”: in una sola vocale di differenza tutta la forza della questione morale


Esce oggi in libreria CORRETTI E CORROTTI
Marco Alloni dialoga con GIAN CARLO CASELLI
Di seguito un estratto dal libro

di Gian Carlo Caselli

Quando mi occupavo di terrorismo a Torino e indagavo sui delitti delle Brigate rosse e di Prima linea, ero accusato di essere un fascista. Mentre quando (avendo chiesto io – volontariamente – di andare a Palermo dopo la morte di Falcone e Borsellino) ho cominciato a indagare sulle connivenze fra mafia e politica, ecco che sono diventato un comunista! Insomma, vorrei un po’ capire anch’io come ho potuto cambiare a questo modo… senza accorgermene. Falcone e Borsellino. Anche a loro è toccato di vivere un’esperienza negativa, addirittura nel periodo d’oro del pool: quella appunto di essere etichettati in un certo modo e di veder così profondamente squalificato il proprio lavoro. E ciò quando cominciarono a occuparsi di livelli diversi dai mafiosi di strada, per passare (ricorrendone i presupposti in fatto e diritto) a imputati “eccellenti” nell’ambito dei rapporti fra mafia-politica-economia-affari-istituzioni (la cosiddetta “zona grigia”). Non dimentichiamo che Falcone veniva accusato, un giorno sì e un altro anche, di essere comunista pur non essendolo affatto. Ed è la stessa esperienza (vedersi affibbiate appartenenze fasulle ma delegittimanti) che abbiamo vissuto noi magistrati del pool che si è formato alla Procura di Palermo, dopo le stragi del 1992, per raccogliere la scomoda eredità di Falcone e Borsellino.

Per attaccare il mio lavoro mi hanno dato prima del fascista e poi del comunista. Mi mancava, tuttavia, essere definito “mafioso”. Invece di recente è accaduto anche questo, sui muri di Torino e di altre città: perché la Procura oggi da me guidata applica la legge anche in Val di Susa, dove per mesi le forze dell’ordine comandate al presidio del cantiere del Tav sono state oggetto di “assalti” illegali di varia natura da parte di frange dei No Tav. Come se un magistrato, di fronte a un atto contrario alla legge si chieda prima chi lo abbia commesso e poi – a seconda delle sue simpatie – decida se agire o meno. E mi risulta che tirare massi e bombe carta sia ancora un atto contrario alla legge, persino nella sedicente “Libera Repubblica della Maddalena”: una porzione di territorio nazionale sottratta alla sovranità dello Stato italiano, con posti di blocco che impedivano l’ingresso a chiunque non fosse gradito, forze dell’ordine comprese. È il sintomo di una crisi culturale per cui la giurisdizione – ripetiamolo ancora una volta – non è più valutata sulla base della correttezza e del rigore, ma dell’utilità. Una crisi culturale che vent’anni di guasti di berlusconismo e non solo hanno elevato a sistema di pensiero diffuso.

(…) Se questione morale significa prevalere dell’interesse generale sull’interesse particolare, ecco che cancellare, nel senso di non avviare mai nessun accertamento e nessuna verifica di responsabilità politica e morale, allo scopo di salvare questo o quel compagno di cordata, corrisponde di fatto a rimuovere la questione morale. E così torniamo a quello specifico negativo del caso Italia che è: quasi mai dimissioni, neppure in casi che gridano vendet­ta; e scomparsa pressoché totale, nei programmi politici, di significativi accenni alla questione morale.

(…) Bobbio ha sempre insegnato – e credo che il suo insegnamento sia da considerare assolutamente imprescindibile – che non c’è corruzione (e io aggiungerei che non c’è collusione con la mafia) che possa pretendere una qualunque giustificazione politica. Perché, dice Bobbio, il tiranno resta tiranno e il corrotto resta corrotto (e io aggiungo: il colluso con la mafia resta colluso) quale che sia il consenso di cui gode, quale che sia l’appoggio elettorale che ha avuto e quale che sia il numero e la qualità delle sue comparsate televisive.

C’è poi un altro profilo che non possiamo dimenticare quando facciamo riferimento ai tentativi di delegittimazione dell’azione giudiziaria: l’accusa di “giustizialismo”. Giustizialismo è una parola che, nella sua vulgata corrente, viene impiegata per dire che uno, anziché fare giustizia, fa qualcosa contro. Qualcosa cioè che non è da ritenersi propriamente giusto, ma rappresenta un’ingiustizia mascherata da propositi di giustizia.

In Italia ormai si è persa la memoria dell’origine di tale parola: giustizialismo. Ma se noi prendiamo il vocabolario della lingua italiana, anche soltanto di sei o sette anni fa, ci accorgiamo che la parola “giustizialismo” la troviamo, sicuramente… ma guarda caso riguar­da Perón! Riguarda insomma il peronismo, non certo la giustizia, né in Italia né in ArgentinaBisogna dunque prendere atto di questa intelligente, ma strumental­mente perfida, “invenzione” della parola giustizialismo applicata ai problemi della giustizia italiana. Utilizzata (ci risiamo…) per squalificare chi cerca di fare giustizia su strade che incrociano determinati interessi. Ogni qualvolta si vuole “meno giustizia” si sventola il cartellino rosso del giustizialismo. Direi che questo utilizzo improprio della parola è pertanto un altro degli aspetti inestricabilmente intrecciati con la questione morale.

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