Londra destinazione degli italiani. Ecco come è cominciata la “fuga di cervelli”


Dalle vie strette e malfamate della Londra vittoriana fino al dramma della seconda guerra mondiale. Fino ai voli low cost che portano migliaia di giovani laureati dall’Italia all’Inghilterra. Chiunque sa che a Londra c’è un italiano dietro ogni angolo, ma pochi conoscono la storia e le storie di questa emigrazione….

La storia della nostra emigrazione nella capitale britannica è avventurosa e affascinante come un romanzo. Ha inizio tra le vie strette e malfamate del quartiere italiano della Londra vittoriana, città dai mille volti in cui la triste tratta dei bambini coesiste con lo sfarzo degli artisti dell’Italian Opera House. Prosegue con il dramma del secondo conflitto mondiale, quando italiani e inglesi diventano improvvisamente nemici, e continua nei ristoranti e nei bar di Soho, dove si torna a sorridere negli anni Cinquanta. Fino a giungere ai giorni nostri, quando sui voli low cost migliaia di laureati portano il loro talento dove sanno che sarà apprezzato. Una storia ancora in pieno svolgimento fatta delle tante storie degli italiani a Londra, ognuna diversa e ognuna, in fondo, simile alle altre.

Con la prefazione del Prof. Marco Cattini (Università Bocconi) e un’appendice con i luoghi degli italiani a Londra.

L’AUTORE

Alessandro Forte è nato a Lucera, in Puglia, nel 1984. Si è diplomato alla Scuola militare Nunziatella di Napoli. Dopo la laurea in Discipline economiche e sociali alla Bocconi di Milano si è trasferito a Londra, dove lavora presso una banca d’affari americana.

ESTRATTO DA “LA LONDRA DEGLI ITALIANI”

A piedi. La prima scioccante verità è che migliaia di bambini italiani giungevano a Londra a piedi, attraversando le Alpi e camminando fino a Calais per poi imbarcarsi alla volta di Dover, con l’unica prospettiva di diventare mendicanti di strada. Oltre che nella vendita ambulante di gelati e statuette di gesso e terracotta, il carattere girovago della comunità italiana a Londra si esprimeva infatti anche nella diffusissima mendicità praticata il più delle volte da bambini affidati ai cosiddetti “padroni” dai rispettivi genitori in base a un regolare contratto. Il padrone, talvolta un conoscente della famiglia o persino un parente, si impegnava al sostentamento materiale dei bambini in cambio del loro utilizzo come suonatori di strada per un periodo variabile dai quindici ai trentasei mesi. Il padrone era una via di mezzo tra un maestro e un protettore, e come il vocabolo stesso indica, era la figura centrale di un sistema di reclutamento che comportava talvolta la vera e propria riduzione in schiavitù dei bambini in sovrannumero dell’Italia rurale.

Come per tutti gli altri mestieri, i suonatori di strada provenivano da aree ben circoscritte, come la Val di Taro al confine tra Emilia, Liguria e Toscana, la zona di confine tra Lazio e Campania e la Basilicata. Un’intervista di Mayhew pubblicata nel 1861 ci aiuta a tracciare un identikit di questi fanciulli, spesso ceduti dai genitori tramite regolare contratto a causa della povertà estrema in cui versavano le famiglie di origine.

Vengo da Parma, da un piccolo villaggio del ducato. Mio padre coltivava la terra ma morì quando avevo tre anni. Eravamo rimasti in dieci figli, eravamo poverissimi e mio zio mi disse di andare con lui a Parigi; ero così povero che avevo paura di morire di fame e mi decisi a seguirlo. Mia madre non voleva e non faceva che piangere. Una volta a Parigi, il bambino viene ceduto dallo zio a un padrone, che lo porta a Londra. Camminammo fino a Calais, dove ci imbarcammo. Durante il tragitto mi ammalai, avevo di nuovo paura di morire. Una volta a Londra, andammo a vivere in una piccola pensione a Saffron Hill e mi guadagnavo da vivere andando per strada, a volte con gatti bianchi, a volte con una scimmia o con un organetto [...]. Poi tornai in Italia con un po’ di soldi che diedi a mia madre e ripartii, questa volta senza padrone. Per quattro volte sono tornato e poi ripartito fino a quando sono riuscito a comprarmi un organetto. Ora il lunedì vado a suonare a Clapham Road, il martedì a Greenwich, il mercoledì a Whitechapel. Letteralmente lodging house, termine usato per identificare piccole pensioni informali il più delle volte gestite da italiani”.

Era molto diffuso presso gli italiani di Little Italy, infatti, arricchirsi prendendo in affitto una stanza per poi subaffittarla a una moltepolicità di persone. Insomma, non tutti i musicisti ambulanti vivevano di stenti, e a volte riuscivano a guadagnare il necessario per passare l’inverno in Italia e finire col “mettersi in proprio”, affrancandosi dal padrone e acquistando uno strumento o degli animali ammaestrati per continuare a esercitare questo curioso mestiere. E proprio la prospettiva di lauti guadagni spingeva molti a partire.

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