Il primo romanzo dello storico Massimo Storchi, Il patto di Katharine, Aliberti editore, è un ambizioso progetto editoriale
di Pino Salerno
Uno dei maestri della storiografia italiana, Carlo Ginzburg, sostiene da sempre che il racconto storico non è altro che il tentativo di fornirsi di un filo per orientarsi nel labirinto dei fatti e un andare alla ricerca di tracce. Il filo, quello di Arianna che consente a Teseo di tornare dopo aver ucciso il Minotauro, e le tracce, che consentono allo storico di cercare ciò che è vero, che è falso e ciò che è finzione, sono anche gli elementi che Massimo Storchi, storiografo e direttore scientifico di Istoreco, utilizza come campi metodologici per il suo primo romanzo a sfondo storico, Il patto di Katharine, Aliberti editore. Si tratta di un romanzo importante, anzi di un progetto ambizioso, che parte dal 1941 e giunge fino ai giorni nostri. Il patto di Katharine ne rappresenta coraggiosamente il primo volume, centrato cronologicamente in una settimana di ottobre del 1941. L’ambizione, e il coraggio, di Storchi risiedono nella volontà di ridefinire il racconto storico e la funzione della memoria, prelevando dai materiali storiografici “di scarto”, le tracce, come direbbe Ginzburg, che consentono anche al lettore di ridefinire i paradigmi del vero, del falso e della finzione. Il paradigma del filo e delle tracce, cioè della ricostruzione del magmatico materiale storiografico accantonato nel corso del lavoro dello storico, è immediatamente reso evidente con molta onestà da Storchi, il quale svela subito che il racconto di finzione è generato dalle tante tracce di vero che vengono depositate sulla sua scrivania di storico che esamina fonti documentarie. Il filo di Storchi è dunque la narrazione di finzione, quel plot dinamico e complesso che egli elabora, ma le tracce sono gli elementi fattuali e di verità sulle quali quel filo si stende. Dunque, almeno nelle intenzioni preliminari e nell’annuncio del paradigma, ci sembra che Il patto di Katharine possa tranquillamente inserirsi in quella tradizione ginzburghiana, che ha reso grande la storiografia italiana nel mondo. Per questo, lo segnaliamo qui, per un effetto trascinante di politiche storiografiche.
Il racconto del protagonista, Dario Lamberti, ventenne aviere in licenza settimanale nella città d’origine, Reggio Emilia, rapisce subito il lettore, che si trova coinvolto nella prima traccia, il suicidio del padre del suo compagno di viaggio. Quel suicidio è il filo narrativo che unirà tutti gli elementi del plot, fino ad un finale amaro. Le altre tracce riconducono alla definizione di un ambiente di provincia, dove emergono tutte le possibili antinomie narrative: fascismo/antifascismo, amore/tradimento, privato/pubblico, potere/subalternità. Le antinomie narrative sono, in realtà, le quattro interessanti chiavi di lettura secondo cui è possibile leggere e interpretare il meccanismo narrativo messo in piedi da Massimo Storchi. E sono le coordinate che rendono il romanzo di grande interesse, anche per chi non è storico di mestiere. Potremmo dire che se tutte le operazioni di fiction storiografica fossero condotte seguendo questo stesso paradigma, forse la storia stessa sarebbe molto più popolare.
Tuttavia, nel romanzo di Storchi c’è qualcosa che ancora non convince del tutto, nonostante lo straordinario sforzo di tener fede al paradigma del filo e delle tracce. Intanto, osserviamo un problema irrisolto di struttura narrativa. Il romanzo storico si trasforma improvvisamente in romanzo di formazione del protagonista, in un thriller risolto per un caso, in una saga famigliare ai tempi della dominazione fascista. Il difetto di struttura narrativa forse viene inconsapevolmente avvertito da Storchi, che usa due antidoti, l’arco cronologico ebdomadario, che almeno fissa le coordinate temporali del racconto, e la presenza costante, in ogni pagina, del protagonista, con-fondendo il piano del racconto oggettivo col piano degli umori, degli stati d’animo, dei vissuti del ragazzo. Il lettore si trova improvvisamente sballottato nell’ottovolante delle vicende narrate, ed è costretto a interpretare, forzatamente, le intenzionalità dell’autore.
Se invece Massimo Storchi avesse dato retta al suo istinto di storico, e avesse abbandonato certe timidezze da romanziere alla prima prova, avrebbe di certo accompagnato il lettore più che nei meandri dei generi, che si e ci confondono, nelle antinomie fondamentali del libro, assunte, appunto, a filo di Arianna narrativo. La costruzione delle antinomie nelle vicende private e individuali del protagonista avrebbe costituito lo specchio fedele delle antinomie di un popolo e di una storia nazionale. E così sarebbe stato perfino più facile introdurre nella narrazione le molteplici tracce documentarie, di cui è costellato il suo lavoro di storico di professione. Insomma, è vero che è possibile narrare delle “storie”, delle vicende umane, seguendo diversi generi narrativi. Forse, però, la “missione” dello storico, come ancora ci ricorda Carlo Ginzburg, è quella di presentarci, sia pure in controluce, e anche quando scrive di fiction, il racconto di un’epoca, di una mentalità collettiva, di un epos.
In ogni caso, i pregi del libro di Storchi restano intatti. È godibile e leggibile, rigoroso e insieme libero e controllato. Attendiamo fiduciosi il secondo volume del progetto, ambientato durante il secondo dopoguerra, nel bel mezzo della ricostruzione dell’Italia.






0 Responses to “Un romanzo ambizioso”