Londra, la più amata dagli italiani La Little Italy raccontata da Forte


Dal 1850 a oggi, le storie narrate dall’autore lucerino. Sfortune e successi raccolte attraverso i giornali d’epoca

Un tempo ci si andava a piedi. Oggi, è più probabile ritrovarsi con un «biglietto Ryanair tra le mani e quel misto di eccitazione e paura che si prova a saltare nel buio». C’è un filo rosso che lega le storie degli italiani emigrati in Inghilterra dall’Ottocento fino ai giorni nostri, e il debutto in libreria di Alessandro Forte, un bocconiano di Lucera (nato nel 1984) oggi in forza ad una banca d’affari nella City di Londra, fa un bel lavoro nel ripercorrerlo. La Londra degli italiani(Aliberti Editore, 2012, pp. 270, euro 15) si apre con la storia delle botteghe a Holborn di Enrico Negretti, artigiano comasco approdato a Londra nel 1850 e specializzato nella costruzione di barometri, e si chiude con quella di Roberto, trentacinque anni, salentino oggi responsabile di un night club nel West End.

Nel mezzo, le pagine scorrevoli di questo libro raccontano delle sfortune e dei successi di generazioni di italiani che hanno deciso di fare della capitale inglese la loro casa. Quanti erano e quanti sono? Perché sono lì? Quali sono gli stereotipi usati dagli inglesi per descriverli, e da cosa sono originati? In quali settori della società si sono integrati, e con quali difficoltà? Per rispondere a queste domande, Alessandro Forte ci accompagna attraverso un originale percorso di ricostruzione storiografica che muove da una ricchissima varietà di fonti, tra cui alcune vivaci memorie raccolte personalmente dall’autore e incastonate in una prosa decisamente incalzante, a tratti romanzesca. Così, le storie di gelatai, muratori, operai, infermiere, mendicanti e assassini si fondono con quelle di personalità di spicco tra gli italiani in Gran Bretagna, tra cui, tra i tanti di cui si dà conto, Antonio Panizzi (direttore della British Museum Library e inventore dell’attuale sistema di catalogazione universalmente usato), Michele Costa (direttore artistico dell’allora Italian Opera House, ora Royal Opera House) e Guglielmo Marconi (le cui ricerche furono giudicate senza seguito in Italia), quest’ultimo eretto dall’autore a simbolo dell’attualissimo fenomeno dei cervelli in fuga.

A fare da sfondo, la società inglese e una Londra che cambia attraverso due secoli, raccontati in una necessaria semplificazione ma che si arricchiscono grazie al continuo riferimento all’esperienza degli italiani, descritta nei particolari delle loro attività e della vita familiare, nelle tragedie (come il rastrellamento e la deportazione durante la seconda guerra mondiale) e nei trionfi (come i tanti successi nei settori della ristorazione, della moda, della ricerca scientifica). Storia e biografie si intrecciano, come nella migliore tradizione sociologica. Sono vividi i ritratti dei quartieri italiani di Saffron Hill, Soho e Clerkenwell a fine Ottocento, sovraffollati e luridi, raccontati attraverso diari di viaggio e le cronache dei giornali dell’epoca. Sembra di vederli, i gelatai che nascondono i penny in una tasca segreta, perché tipicamente gli italiani sapevano risparmiare, e al contrario degli inglesi, non spendevano tutto in alcool. Si sente un operaio delle fabbriche di mattoni di Bedford negli anni ’60, che canta mentre va al lavoro alle sei del mattino, scatenando le proteste degli inglesi che preferivano godere di altre ore di riposo. E si vedono gli sguardi stralunati di quei tanti giovani italiani che affascinati dalla Londra cosmopolita e all’avanguardia degli anni ’80, perdono la via e la ragione per morire lontani dall’Italia con una siringa nel braccio. Tra episodi ricchi di significato e storie di ordinaria emigrazione, si approda alla Londra odierna, individualista e competitiva, dove gli italiani di ogni provenienza occupano posizioni trasversalmente alle classi. A chiudere l’opera, i resoconti degli ultimi arrivati – coloro che, in fuga da un’Italia «bella e inutile» e dalla frustrazione del precariato – si chiedono se alla loro madrepatria abbiano detto arrivederci o addio.

Lorenzo Marvulli

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