Fenomenologia di una giornata obesa


Vi è mai capitato di entrare, soli, nel tubo di ingresso ad una banca e sentire una voce metallica che recita: «Prego, entrare uno alla volta»? Oppure trovare un parcheggio dopo ore di fila, ma realizzare che i box sono disegnati a spina di pesce e così vicini che poi scendere dalla macchina vi risulterebbe impossibile?
Sono alcuni degli incidenti che costellano la giornata, e la vita, di una persona obesa. Ci accompagna con mitezza e buonumore all’interno di questo mondo sconosciuto ai più (ma sempre di meno, visto che il fenomeno è in crescita) Fabio De Nunzio, Il Buon Fabio di Striscia la notizia, che con Vittorio Graziosi ha appena scritto il libro Sotto il segno della bilancia (Aliberti editore). Passare qualche ora, ops pagina, con lui è davvero istruttivo per capire cosa succede davvero a chi ha parecchie taglie in più rispetto a una persona “normale”.

Tavolino aereo impossibile da aprire, viaggi in treno in piedi, bagni pubblici inaccessibili, docce degli alberghi troppo strette, e spesso, persino, water appesi a rischio caduta, negozi per taglie forti con camerini da sette nani: con un po’d’ironia Fabio De Nunzio ci conduce per mano nel mondo, a volte forzatamente parallelo, degli obesi.

Prendiamo il capitolo viaggio. Se, per esempio, vi infastidite perché il vostro vicino in aereo è extralarge, sappiate che potrebbe aver chiesto una giuntura extra perché la cintura di sicurezza non arrivava. Oppure che non potrà mai accedere al famoso salvagente in caso di ammaraggio, né, più semplicemente, servirsi del tavolino che si apre per mangiare, visto che altrimenti dovrebbe sparire la pancia. Se il nostro malcapitato amico prendesse il treno la musica non cambierebbe: i super treni frecciarossa non sono certo pensati per chi ha taglie molto abbondanti, tanto che spesso è costretto a viaggiare in piedi.
Fabio ci invita a seguirlo in albergo. Pensate che non ci sia cosa tanto facile da fare quanto una doccia? Vi sbagliate. Per evitare l’effetto “bara”, lui è costretto a smontare le docce. Rivestirsi dopo, poi, non è uno scherzo: per allacciarsi le scarpe occorre trovare un appoggio comodo a mezz’altezza, non sempre disponibile (ne sanno qualcosa le donne in gravidanza). Ma l’azione che può risultare più complicata è quella che tutti noi comuni mortali riteniamo la più istintiva e semplice, sedersi sulla tazza ed evacuare. Fabio racconta di una notte infernale, lui e un water di quelli sospesi e non appoggiati a terra, sempre più di moda (mi chiedo perché: anche a me danno un senso di precarietà, e comunicano l’idea che anche le cose che ci riportano con i piedi per terra, ricordando la nostra essenza animalesco-terrestre, debbano essere angelizzate, fluttuare nell’aria). Per far sì che agli scricchiolii seguisse una caduta, Fabio si beccò una tendinite infernale che gli rovinò la settimana di lavoro al villaggio turistico.
Se poi l’obeso va in spiaggia per dimenticare i suoi guai sa che non potrà utilizzare le normali sdraie rasoterra di tela, che lo imprigionano, quando non si spezzano. E cambiare costume nelle cabine che sembrano fatte per i sette nani?

La vita degli obesi è una vita ad ostacoli, come i portatori di handicap, con la differenza che loro non hanno alcun diritto. Anzi, aleggia su di loro la condanna morale dell’essersela cercata, del non voler dimagrire. Quando persino la medicina riconosce che si tratta di una vera e propria patologia.
Se Fabio, proprio come tutti, vuole farsi un giro in città, le cose non migliorano, anzi. I bagni pubblici spesso hanno una distanza tra porta e water troppo corta. Le scale senza corrimano diventano pericolosissime, perché un obeso, lo sapevate?, non vede dove mette i suoi piedi (per questo non può mai arrivare al cinema in ritardo). Gli uffici pubblici una tortura: mancando mancando spesso posti per sedersi se c’è troppa fila e l’obeso deve andar via, non può stare in piedi per troppo tempo. Ma anche le panchine per strada, dalla seduta bassa e dura, possono risultare inaccessibili. Impossibile mangiare per lui anche nelle catene di fast food dove tavoli e sedie sono fisse al pavimento, e lo spazio è pensato per le famose persone normali, appunto. Oppure partecipare ad una conferenza, perché le sedie maledette con la ribaltina per gli appunti diventano vere e proprie trappole. In breve: il «messaggio che riceviamo dalla società è sempre lo stesso: non vi vogliamo».
Ce’è la magra (appunto) consolazione di acquistare vestiti nei negozi per taglie “forti”, aggettivo che tutto sommato rimanda all’idea positiva che la carne sia sostanza forzuta, possenza ontologica, e non semplice orrenda ciccia da trattare come un corpo estraneo all’individuo di cui fa parte (a pari merito degli altri componenti). Ma anche qui la gioia per la dicitura sparisce subito nella prova camerino, quando per provare i vestiti si è costretti a tenere aperta la tenda che lo chiude, mostrando le terga ai clienti in attesa.
Insomma la vita degli obesi è una vita a ostacoli, che sono dappertutto, come le barriere architettoniche: con un’aggravante, però, rispetto ai disabili: che loro, gli obesi e superobesi, disabili non sono riconosciuti, dunque non hanno diritto proprio nulla, pur essendo l’obesità riconosciuta dal mondo medico come una vera e propria patologia. Dalla medicina, forse, ma non dal comune sentire: che continua a stigmatizzare chi non riesce ad entrare in una certa taglia perché rappresenta una devianza dalla normalità, che come tutte le devianze produce dissonanza cognitiva e, di conseguenza, critica morale.
E qui arriva il punto vero: i ciccioni se la sono cercata, è colpa loro, potrebbero mangiare di meno, non meritano nulla, se volessero potrebbero tranquillamente perdere peso. Se volessero: ma avete pensate a quante cose noi vorremmo e potremmo (teoricamente) fare e non riusciamo a fare, nel nostro groviglio di emozioni, conflitti, fatica fisica, stress, difficoltà pratiche, paure, limiti e contraddizioni?

Fonte: Vanity Fair

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