Leggere l’Olocausto in chiave ecumenica per ritrovare la pace


di Angela Patrono

Don Giuseppe Dossetti: le riflessioni di un uomo di fede in un saggio Aliberti

Guida e spinta propulsiva per il mondo cattolico e per quello laico, spesso voce fuori dal coro, più volte bollato come personaggio scomodo, Giuseppe Dossetti spicca nella cronologia del XX secolo per la complessità del suo pensiero, risolta in un’intima coerenza: il pilastro della fede,  che l’ha sostenuto nelle numerose battaglie affrontate durante la partecipazione alla vita sociale e politica contemporanea. Analizzare i suoi volti complementari (partigiano, giurista, padre costituzionale, politico e infine monaco) non è un’impresa facile. In particolare, sono il Dossetti monaco e la sua spiritualità ad essere troppo spesso trascurati dagli studi critici per via della frammentarietà degli scritti lasciati. Tuttavia Giambattista Zampieri, attraverso un’analisi meticolosa dei documenti forniti dalla Comunità “Piccola famiglia dell’Annunziata”, fondata dallo stesso Dossetti, ha redatto un saggio per fare luce sul suo pensiero: Giuseppe Dossetti. La Storia, la Croce e la Shoah (Aliberti editore, pp. 352, € 18,00).

Monte Sole, un luogo simbolo

Punto di partenza del lavoro, che riprende la tesi di laurea in Filosofia dell’autore, è l’Introduzione di Dossetti al libro di monsignor Luciano Gherardi, Le querce di Monte Sole, indispensabile per comprendere i punti chiave della spiritualità del monaco. Monte Sole è infatti un luogo emblematico, in quanto teatro dello sterminio nazista avvenuto nell’autunno 1944, più noto come Strage di Marzabotto, in cui vennero uccise quasi 800 persone tra donne, uomini e bambini. È proprio in tale contesto che Dossetti sentì l’urgenza di stanziare la propria comunità, per bonificare quell’aria di morte e distruzione con il respiro del silenzio, della contemplazione, della preghiera. Da questo approdo, che sarà poi anche il luogo di sepoltura del monaco, si dipanano le sue riflessioni e i suoi interrogativi pressanti. Tra questi, emergono prima di tutto il parallelo tra la Strage di Monte Sole e la Shoah, il silenzio di Dio ad Auschwitz, ma anche le considerazioni sullo stato di Israele e sulla sua elezione, nonché il profondo cristocentrismo che segnò l’operato di Dossetti fin dalle origini, quando visse l’adesione alla Resistenza partigiana con la precisa volontà di non imbracciare un’arma. Abbandonate le vesti del politico nel 1952, la sua voce risuonò più di quarant’anni dopo, nel 1994, con l’ascesa in Italia del governo di centrodestra: fu sotto il suo impulso che sorsero i primi comitati di difesa della costituzione. Se in un primo momento la vita monastica sembrò una valida alternativa al passato politico, in seguito, Dossetti la percepì non come uno sdegnoso ritiro dalla mondanità, ma come una dilatazione dello spirito in un abbraccio universale che si concretizzava nella comunione con gli umili.

L’impegno per la pace e l’ecumenismo

Convocato come segretario collegiale al Concilio vaticano II per presiedere il gruppo di studio sulla “chiesa dei poveri”, che trattava numerosi argomenti quali l’ecumenismo, Dossetti lavorò alla dichiarazione Nostra Aetate, sui rapporti tra la Chiesa cattolica e le religioni non cristiane, in particolare quella ebraica. Secondo il monaco di Monte Sole, la Shoah fu l’occasione (o meglio, la «causa storica») per un riesame, durante il concilio, del rapporto tra ebrei e cristiani alla luce del secolare antisemitismo cristiano. I frutti non tardarono a vedersi: nei primi anni Sessanta venne avviata un’opera di rieducazione che mettesse in risalto l’ebraicità di Gesù e scagionasse il popolo ebraico dall’accusa infamante di deicidio. Per Dossetti, infatti, l’identità cristiana è in continuità con la storia ebraica in quanto parte di un medesimo processo di salvezza universale che non elude il sacrificio. Sotto questa luce il nazismo viene visto come profondamente anticristiano: una casta idolatra basata sulla razza e sulla selezione genetica, contrapposta al popolo ebraico, scelto per elezione divina.

Dossetti abbracciò la visione del filosofo Jacques Maritain: i nazisti vedevano gli Ebrei come generatori di Cristo e, perseguitando i discendenti di quell’antico popolo, volevano mettere a morte il trascendente presente nella cultura ebraica e l’idea stessa dell’onnipotenza di Dio. Come rispondere, allora, alla domanda che toglie il fiato, che più volte è risuonata impotente nelle voci e nei pensieri di chi c’era e di chi sapeva: «Dov’era Dio ad Auschwitz»? Dossetti, lungi dal trovare una risposta, afferma che Dio «ha posto sul popolo che si è scelto in Cristo il segno della sofferenza, che è la stessa cosa del segno dell’elezione». Secondo il monaco, infatti, Israele è al centro della dinamica del mondo e lo condiziona nel bene come nel male. Questa particolare elezione, tuttavia, è stata spesso fraintesa dagli stessi ebrei, che l’hanno reinterpretata in chiave politica e materiale. Dossetti traccia così una distinzione tra il popolo e lo stato di Israele: ne sono testimonianza l’indignata lettera di protesta al governo israeliano dopo il Massacro di Sabra e Chatila del 1982, riportata nel saggio, o l’opposizione alla Guerra del Golfo negli anni Novanta. Il monaco, infatti, avvertì con urgenza pressante il tema della pace, considerato «cristologico», e si impegnò per favorire il contatto tra culture diverse: del resto, la stessa “Piccola famiglia dell’Annunziata”, con sedi anche in Terra Santa e in Giordania, si fondava sulla fusione della tradizione monastica orientale e occidentale.

La kenosi, un sacrificio d’amore

Punto fondamentale del pensiero di Dossetti è l’«immolazione nell’amore» trasposta nellakenosi, termine greco che indica la “vacuità” e dunque, in chiave cristologica, l’umiliazione di un Dio fattosi uomo e morto in croce. Proprio abbassandosi fino a subire una morte crudele, Cristo partecipa alla sofferenza del mondo in se stesso e nell’altro: questa, secondo il monaco, è l’unica direzione per cercare una risposta alle atrocità di Auschwitz. Infatti, con parole tanto dirette quanto scomode, Dossetti spiega che «questa società cristiana, che cerca il benessere credendo così di sfuggire alla croce, è segnata da un sigillo di croce: se i cristiani non soffrono non ci sarà salvezza per loro».

La kenosi, tuttavia, non equivale all’annichilimento dell’agire umano, ma ad un suo asservimento alla grazia di Dio. La sfida che Dossetti lancia al cristianesimo è una «ricostruzione delle coscienze» che, riprendendo alcuni concetti paolini, trasforma l’«uomo interiore» in «uomo nuovo» per mezzo dell’«azione preveniente dello Spirito». Nonostante in Dossetti si riveli la tendenza ad attribuire valore alla Grazia più che alle opere, il monaco pone l’accento su una «sapienza della prassi», ossia «l’acquisizione di abiti virtuosi» che servono a riflettere sulla messa in pratica del cristianesimo fondato sulla Parola e sull’eucaristia nella vita mondana, rifiutando ogni forma astratta di contemplazione. Dossetti rifugge tanto dal razionalismo quanto dallo spiritualismo: il suo obiettivo è trasporre Cristo su una base concreta, per una kenosi non solo materiale ma anche culturale.

L’incisivo saggio di Zampieri, dunque, risulta un valido aiuto per evidenziare aspetti inediti del pensiero di questa figura del XX secolo che, con le sue scelte radicali ma coerenti, ha tracciato solchi profondi nel modo di intendere la vita cristiana contemporanea.

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