Piove anche a Roma. Al sistema e al potere non c’è rimedio

Aliberti editore manda in libreria Piove anche a Roma di Sergio Pent, scrittore, critico letterario e vincitore di diversi premi

«Solo con il tempo ti rendi conto che non c’è rimedio al sistema, al potere. Puoi giocare a fare la scheggia impazzita per tutta la vita, diventando un vecchio rompiballe patetico. Puoi provare a fare la storia di un’epoca, ma sei destinato a diventare una banale statistica nei fatti raccontati dagli altri. Piove dappertutto, è questa l’impressione: acqua da tutte le parti, come se mi trovassi a vivere un’unica breve vacanza e il tempo mi si rivoltasse contro».

Un trentenne disadattato che gira per i cimiteri a fantasticare sul passato dei volti impressi sulle lapidi.

La precarietà, l’assenza di futuro, in una Torino che non riesce a conquistarsi i colori della primavera, non riguarda solo lui: coinvolge anche i suoi genitori, costretti ad affittare la loro camera da letto a una prostituta ungherese per sbarcare il lunario. E lei, Alexandra: bella, fresca e conturbante, ma costretta ad accantonare la sua laurea in lingue per esercitare clandestinamente il mestiere più antico del mondo.

Esattamente l’opposto di Ivana, la donna matura e vissuta, ex terrorista che non riesce a lasciarsi alle spalle un passato tormentato e una storia d’amore tragica la cui ferita non si è mai ricucita. Tutti in un equilibrio instabile, incerto, tutti ugualmente incapaci di trovare una collocazione nel proprio tempo.

Anche se la colpa non è solo della società. «Forse sono diventate il mio alibi, tutte queste speculazioni sulla ricca sfacciataggine del nostro tempo. Forse sono io a non avere il coraggio sufficiente».

Sergio Pent, originario della Val di Susa, vive e lavora a Torino. Collabora come critico a Tuttolibri – «La Stampa» e «l’Unità». I suoi romanzi più recenti sono Il custode del museo dei giocattoli (2001), finalista al premio Strega, Un cuore muto (2005), La nebbia dentro (2007), oltre al racconto lungo Il cellulare (2008). Vincitore del premio Città di Penne-Mosca nel 2001 e del premio Volponi nel 2005, dal 1998 fa parte della giuria del premio Scerbanenco.

A cura di 100news

TITANIC EUROPA: intervista a Vladimiro Giacché

DI HELENA JANECZEK

Si chiama Titanic Europa (Aliberti, 14,00€), ma in circa 170 pagine contiene una nave e un iceberg ben più grandi: la crisi economica presa da molto prima del crack di Lehman Brothers, fino alla Grecia e l’Italia, perno del possibile naufragio, too big to fail ma troppo grande per essere salvata. L’ha scritto Vladimiro Giacché, dirigente della finanziaria Sator e, al contempo, marxista dichiarato. Nel saggio prevale lo sguardo dell’insider o la voce del militante? Entrambe, si direbbe, ma forse soprattutto qualcos’altro. Grande capacità di sintesi, chiarezza espositiva, scrittura agile. Si tratta per due terzi di un breviario utile a chiunque voglia integrare il costume di esprimersi come un allenatore con la più recente urgenza di dire qualcosa di sensato su spread e pareggi di bilancio.
Riconoscere le ragioni di una crisi di sistema e discernere le risposte affatto obbligatorie con cui si è reagito a essa, riduce il senso di impotenza di chi ne è investito quasi fosse un evento naturale. La grande bolla esplosa nel 2008 si stava preparando da decenni. Con la fine del boom industriale, la macchina del consumo e del profitto occidentale è stata alimentata togliendo ogni vincolo all’economia del credito e della finanza. Il suo rovescio è l’indebitamento, ma il conto della deflazione viene fatto pagare ai più deboli: negli Usa alle famiglie povere che avevano acceso un mutuo sulla casa, in Europa ai lavoratori costretti a rinunciare alle conquiste sociali. Il salvataggio delle banche, secondo un rapporto della Bank of England del 2009, è invece costato 14.000 miliardi di dollari, debito spaventoso assorbito a gratis dagli Stati che ora arrancano o si trovano nel occhio del ciclone. La cura non solo iniqua ma per giunta sbagliata – vedi i risultati in Grecia – dimostra, secondo Giacché, quanto un’ideologia possa resistere persino alla lezione della realtà.

Lei mostra di trovarsi in buona compagnia. Sempre più economisti riconsiderano Marx e ripetono, con Keynes, che imporre l’austerity in tempi di recessione è un’idiozia suicida. Ormai lo dicono non solo i più liberal, ma un numero crescente di colleghi mainstream. Perché la politica UE è diventata più realista del re nel farsi volonterosa esecutrice di una supposta volontà dei mercati?

Per due ordini di motivi. Il primo ha a che fare con l’ideologia. E più precisamente con l’idea che il “dimagrimento” dello Stato, la riduzione del suo ruolo nell’economia, sia sempre e comunque una cosa positiva. La ricetta giusta per la crescita economica sarebbe questa: politiche monetarie anti-inflazione da un lato, dall’altro massima libertà dei mercati e minimo ruolo dello Stato. Peccato che proprio la crisi iniziata nel 2007 dimostri che la massima libertà dei mercati comporta massima instabilità economica e finanziaria, e che soltanto un vigoroso intervento pubblico può in certi casi evitare l’avvitamento in una spirale depressiva e deflativa, che oggi rappresenta certamente un rischio ben maggiore di dosi moderate di inflazione. Non meno importante è però un secondo motivo, molto più concreto. Oggi una politica di austerity significa essenzialmente riduzione delle prestazioni sociali e pensionistiche. E quindi significa scaricare i costi della crisi sui cittadini, e in particolare sui lavoratori. Perché se il biglietto dell’autobus raddoppia o se per avere una pensione decente bisogna versare contributi anche a un’assicurazione privata, questo vuol dire che tutta una serie di spese che per alcuni decenni sono state a carico dello Stato torneranno a scaricarsi sugli individui. D’altra parte, per le società private a cui sarà attribuita la gestione di servizi ora pubblici, o che compreranno (magari a prezzi di saldo) questa o quella municipalizzata, tutto ciò rappresenterà invece una formidabile opportunità. Così come lo sono state le privatizzazioni degli anni Novanta. A cui sono seguiti però gli anni di crescita più bassa dell’economia italiana di tutto il dopoguerra: cosa che i pasdaran del mercato spesso dimenticano.

Monti è il primo della classe nel “fare i compiti” imposti. All’estero si sperava che in cambio riuscisse a incidere un po’ sulla rotta del Titanic. Purtroppo sembra più vero quel che ha scritto Krugman, con occhio particolare alla Grecia. Facile dire alla Bce e alla Germania quel che dovrebbero fare, dare consigli ai governi dei paesi periferici – tecnici o no, “bravi” o meno – è difficilissimo. Sono in trappola: possono solo implorare sconti di pena sull’austerità e aspettare che le cose vadano meglio o decisamente peggio. Da dove può saltar fuori un nuovo timoniere? Dalle elezioni francesi?

Una cosa è certa: un nuovo timoniere non può provenire né dai tecnocrati europei, cresciuti a pane e liberismo, né dai politici che ne condividono l’ideologia, apparentemente neutra, in realtà con forte connotato di classe. La sconfitta abbastanza prevedibile di Sarkozy alle prossime elezioni francesi sarà una buona notizia per l’Europa, soprattutto se Hollande terrà fede alle sue promesse elettorali di sconfessare il peggioramento del trattato di Maastricht che passa sotto il nome di fiscal compact. Ma a ben vedere non ci serve un nuovo timoniere con nome e cognome: molto più importante è che ai popoli europei sia finalmente concesso di dire la loro sulla rotta da seguire. Sono anni, ormai, che questo viene sistematicamente impedito.

Nell’acquisizione generalizzata che Berlusconi era ”ormai impresentabile”, sfugge un passaggio che inchioda il suo governo a una colpa precisa circa l’estendersi della crisi all’Italia. Ce lo riassume?

Questo passaggio riguarda precisamente il peggioramento del patto di stabilità di cui parlavo prima. Il Consiglio Europeo che lo ha deciso si è svolto nel marzo 2011, dopo mesi di discussioni, e il governo Berlusconi-Tremonti lo ha avallato senza fiatare, mentre avrebbe potuto e dovuto mettere il veto. Il problema è che il fiscal compact non soltanto generalizza l’obbligo di politiche di austerity, ma contiene anche norme che colpiscono in primo luogo l’Italia: a cominciare dall’obbligo di ridurre del 5 per cento annuo lo stock di debito eccedente il 60% del prodotto interno lordo. Siccome l’Italia ha un debito pubblico che si aggira sul 120% del pil, l’entità della correzione nel nostro caso è abnorme (circa 45 miliardi annui), e oltretutto va sommata agli oneri per interessi che comunque dobbiamo pagare (72 miliardi nel 2012). Se quel vincolo non sarà abolito, le correzioni di bilancio necessarie distruggeranno il welfare e impediranno per molti anni di effettuare gli investimenti indispensabili in formazione e infrastrutture. Tutto questo deprimerà la crescita e farà peggiorare il rapporto debito-pil. E’ un nonsenso economico. Di cui dobbiamo ringraziare il governo Berlusconi. Oltretutto proprio l’introduzione di quel vincolo ha attirato l’attenzione dei mercati sul caso italiano, sino ad allora rimasto ai margini della crisi (e giustamente, visto che in termini di deficit la nostra situazione era migliore di gran parte degli altri Paesi europei). Non a caso, da aprile 2011 comincia il peggioramento dello spread tra Btp italiani e Bund tedeschi, che dai 120 punti base di allora è giunto a toccare i 530 a inizio 2012.

Lei invoca “più Stato” per uscire dalla crisi e pensa che ci sarebbe da imparare addirittura dalla Cina. Parte della sinistra le obietterebbe con i diritti – non solo umani, ma anche dei lavoratori cinesi. E con la questione ambientale che non può essere disgiunta da quella sociale.

Mi sembra evidente che solo una forte ripresa dell’intervento pubblico nell’economia possa dare risposta ai problemi che il mercato si è dimostrato incapace di risolvere: come garantire uno sviluppo economico equilibrato, porre un argine alla distruzione dell’ambiente (ormai prossima a un punto di ritorno) e invertire il trend per cui della ricchezza prodotta socialmente si appropria una classe numericamente sempre più esigua (nei nostri Paesi l’impoverimento relativo e assoluto della classe lavoratrice previsto da Marx, di cui molti sociologi si erano presi gioco nei decenni scorsi, è una realtà sempre più evidente). Rispetto a tutto questo, bisogna prendere atto del fatto che se a Berlino nel 1989 ha fatto fallimento il modello dello “Stato senza mercato”, a New York nel 2008 è toccata la stessa sorte al “mercato senza Stato”.
Oggi bisogna sperimentare nuove forme di organizzazione economica della società, che sappiano trovare un giusto mix tra Stato e mercato. Mi sembra evidente che non è il giusto mix la soluzione “occidentale” di questi anni, in cui allo Stato si è affidato prima il compito di donatore di sangue per imprese private in difficoltà, per poi imporgli – passata la paura – un drastico ridimensionamento del proprio ruolo. Bisognerebbe invece tornare a riflettere su temi quali la pianificazione economica, il ruolo di indirizzo da attribuire al settore pubblico dell’economia da un lato, e quello dei produttori privati indipendenti. L’esperimento cinese non è un modello, ma è interessante proprio perché rappresenta un tentativo di combinare Stato e mercato in una sintesi nuova: una crescita economica del 9-10% annuo da trent’anni in qua, che ha strappato alla povertà 200 milioni di persone, non credo possa essere liquidata con poche battute. Di certo non lo ha fatto l’Economist, che ha dedicato uno dei suoi ultimi numeri all’ “ascesa del capitalismo di Stato” in Cina e in altri Paesi emergenti con elevati tassi di sviluppo.

Da dove bisognerebbe cominciare, per opporsi alle regole che oggi dominano l’economia e la politica? Quali potrebbero essere gli obiettivi di un’opposizione democratica? Quale il disegno più ampio verso cui tendere? Cosa pensa, per esempio, del “diritto all’insolvenza”? O della “decrescita felice” che rappresenta forse la formula più nota per un cambiamento a lungo termine?

Bisogna per prima cosa opporsi all’idea, che purtroppo ha fatto breccia in vasti strati della popolazione, che quanto accade sia fatale e necessario. Non è così: non è fatale la crisi, e non sono obbligate le misure intraprese per contrastarla, e che invece la peggiorano. Non esiste una sola misura che sia necessitata dai mercati e che non sia frutto di precise scelte politiche. In particolare: la politica di austerity intrapresa da questo governo, e coronata dall’introduzione della regola del pareggio di bilancio in Costituzione, è una politica di destra. Oggi una politica di sinistra significa invertire di segno quella politica. E quindi: denunciare il fiscal compact europeo, farla finita con una politica decisa dai movimenti giornalieri dello spread e più in generale restituire alla democrazia – e quindi ai poteri pubblici – i suoi diritti. A cominciare da quello di regolamentare i mercati e i movimenti di merci e di capitali, dove necessario. Oggi il nostro Paese ha tre grandi emergenze: la riduzione della disuguaglianza, una politica di investimenti pubblici per migliorare la competitività di sistema e tornare a crescere, una fiscalità efficiente (che recuperi i 120 miliardi sottratti ogni anno all’erario e attui finalmente una progressività fiscale che in questo paese non si è mai vista). Per risolverle, bisogna tornare a praticare una politica industriale e una politica dei redditi: entrambe cose ben lontane dall’orizzonte dei tecnocrati che ci stanno (pessimamente) governando. Nel più lungo periodo, è evidente che il modello di sviluppo attuale non tiene. Ma l’unico modo per sostituirlo con qualcosa di progressivo è attuare forme di controllo sociale della produzione. Lo vediamo anche a proposito della “decrescita felice”. Sotto questa etichetta si celano cose piuttosto diverse tra loro. Ma comunque si declini questo tema, il controllo dei tassi di crescita presuppone forme di governo dell’economia non identificabili con l’”anarchia della produzione” capitalistica: e quindi anche per questa via torniamo al tema delle forme di controllo sociale della produzione oggi praticabili.

Per finire, quanto al “diritto all’insolvenza”, non mi sembra un diritto che la sinistra debba rivendicare. Continuo a pensare che sia meglio far pagare il debito a chi in questi decenni non ha mai pagato: la prima regola del gioco che dobbiamo cambiare è questa.

Fonte: nazioneindiana.com
Una versione più breve è uscita su L’Unità, 19 aprile 2012.

“La società insicura”, la conversazione inedita con Bauman

Dalla teoria ai fatti. Il grande filosofo Zygmunt Bauman ha sempre teorizzato il passaggio da società solida a liquida, caratterizzata dal consumismo, dalla creazione di rifiuti umani, dalla globalizzazione e dalla cosiddetta industria della paura. Ora arriva in libreria il saggio che individua nell’attualità la realizzazione di questo passaggio postmoderno. Esce per Aliberti Editore La società insicura di Carlo Bordoni con una conversazione inedita con Zygmunt Bauman

Per evitare una catastrofe bisogna prima credere nella sua possibilità. Occorre convincersi che l’impossibile è possibile. Che il possibile è sempre in agguato, senza tregua, ben protetto dal carapace dell’impossibilità, in attesa del momento giusto per irrompere. Nessuna minaccia è così temibile e nessuna catastrofe colpisce tanto duramente come quelle ritenute altamente improbabili.
Zygmunt Bauman, Paura liquida

Arriva in libreria giovedì 26 aprile per Aliberti Editore La società insicura di Carlo Bordoni con una conversazione inedita con Zygmunt Bauman.

Il libro trae spunto dalle cronache recenti – dall’11 settembre di New York al terremoto a L’Aquila -  per analizzare il passaggio dalla società “solida” alla società “liquida”, per usare le parole di Bauman.
Secondo lo studio di Bordoni nella società occidentale in cui viviamo l’individuo tende a sostituire alla Paura, che da sempre aveva caratterizzato la vita umana, l’Indifferenza; un’indifferenza dovuta alla perdita dei valori di riferimento, e che proviene quindi “dall’adattamento a una mutata condizione esistenziale”.

Carlo Bordoni è sociologo, scrittore e giornalista. Ha insegnato alle Università di Pisa e Firenze, all’Orientale e alla Federico II di Napoli, allo Iulm di Milano e all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Si occupa di sociologia dei processi culturali e comunicativi, scrivendo per quotidiani e riviste specializzate. Tra le sue pubblicazioni più recenti: Dal sublime ai nuovi media (2011), L’identità perduta. Moltitudini, consumismo e crisi del lavoro, con prefazione di Zygmunt Bauman (2010), Libera multitudo. La demassificazione in una società senza classi (2008), Società digitali. Mutamento culturale e nuovi media (2007). Ha scritto la voce Il romanzo di consumo per l’Enciclopedia Treccani XXI secolo.

Fonte: Affaritaliani

25/04 Manifestazione in difesa dei diritti delle vittime della strada

Mercoledì 25 aprile 2012 dalle ore 13,30 alle ore 15,30 PIAZZA CAVOUR a Roma iniziativa promossa dall’associazione “Giustizia e diritti per i cittadini colpiti dai reati contro la Vita”.
«Davanti alla Corte Suprema di Cassazione, simbolo dell’amministrazione del potere giudiziario Sit-In per la tutela delle Vittime di tutti i reati contro la Vita per dire: No all’amnistia! No all’impunità CHIEDIAMO LIBERAZIONE DALL’INGIUSTIZIA!
Il Sit-In, pacifico, ha lo scopo di contrastare le continue richieste di amnistia generalizzata e di rimarcare, specie per TUTTI i reati contro la Vita e la Persona, l’importanza deterrente, riparativa e preventiva della pena. Il Sit-in ha inoltre l’obiettivo di tenere alta l’attenzione sul grave e ricorrente problema degli OMICIDI STRADALI. I familiari delle Vittime e i cittadini che non vogliono diventarlo, chiedono a TUTTI gli organi dello Stato un impegno URGENTE e CONCRETO, in grado di rallentare la strage quotidiana degli innocenti che avviene sulle nostre strade.
L’impunità verso chi compie l’omicidio stradale è la norma. Le condanne non corrispondono a pene effettive e inderogabili, non c’è dunque un deterrente capace di prevenire, educare il reo e dare un giusto Valore alla Vita . L’iniziativa vuole sensibilizzare l’opinione pubblica, le Istituzioni, i media sull’importanza di proteggere la vita con forza e determinazione anche attraverso la certezza della pena, strumento necessario a dare forza alla legge, e valore a ciò che il colpevole distrugge. La libertà prima da difendere è quella di esistere in serenità e salute, di vivere, consapevoli che la nostra libertà finisce dove comincia quella dell’altro.»

PRECISIAMO CHE ALL’ORAGNIZZAZIONE DELLA MANIFESTAZIONE HA CONTRIBUITO BARABRA BENEDETTELLI (autrice di “VITTIME PER SEMPRE“) CHE NEL SUO BLOG NE PARLA COSI’… VAI AL BLOG DI BARBARA BENEDETTELLI

La manifestazione vedrà la partecipazione e il sostegno dell’Avv. Domenico Musicco che da anni si batte per i diritti delle vittime. Il lavoro di tanti anni è sfociato in una pubblicazione che sarà in libreria a partire da giovedì 26 aprile dal titolo EPPURE AVEVO RAGIONE. Manuale di autodifesa prima e dopo gli incidenti stradali. Si tratta di una guida pratica e indispensabile per chiunque si metta in viaggio.

Gli incidenti automobilistici in Italia provocano 5000 morti l’anno, 20.000 feriti gravi e circa 200.000 feriti di lieve entità: il doppio, a volte il triplo, rispetto al resto d’Europa.
Paghiamo i premi assicurativi più alti e abbiamo i controlli sulle strade più bassi, nonostante un numero di forze dell’ordine decisamente superiore alla media.
Questo libro, che racconta quanto accade quotidianamente mentre si viaggia, costituisce una guida indispensabile per muoversi con accortezza nella giungla di leggi, normative e informazioni che ci piovono addosso nel momento in cui ci mettiamo alla guida di un’auto.

Quali assicurazioni scegliere? Cosa succede se in un incidente c’è un ferito? Quando è possibile accedere alle risorse del Fondo delle Vittime della Strada? Cosa fare se un pirata della strada ci viene addosso e scappa? Come affrontare un eventuale processo penale per incidente? Perché se si è investiti da un’auto a Milano si viene risarciti molto di più rispetto a Napoli o Palermo? Cosa si rischia davvero per guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di stupefacenti?
A queste e a numerose altre domande risponde uno degli avvocati più esperti in materia, il legale dell’Associazione Vittime della Strada Domenico Musicco.

In un racconto alla scoperta di dati, casistiche, storie di vita e soprattutto preziosi, fondamentali consigli per ogni automobilista.

Domenico Musicco, quarantacinque anni, è lo storico legale dell’Associazione Italiana Vittime della Strada. Volto noto della tv e della carta stampata, è spesso ospite delle principali trasmissioni d’informazione di Rai e Mediaset. È stato promotore di varie proposte di legge sugli incidenti stradali: tra queste, una sull’omicidio stradale, in collaborazione con il presidente della Commissione trasporti Mario Valducci.

EPPURE AVEVO RAGIONE | DOMENICO MUSICCO | Fuori Collana| 13,00 euro | 9788874248759

NON SI CAMBIA L’ITALIA SE NON SI CAMBIA LA TV

di Giovanni Valentini – Il Sabato del villaggio – La Repubblica 14/04/12

LA TELEVISIONE ha prodotto le condizioni ideali per generare false realtà.
(da Moriremo eleganti conversazione di Oliviero Toscani con Luca Sommi – Aliberti, 2012 – pag. 36)

In attesa che Mario Monti mantenga l’impegno assunto pubblicamente l’8 gennaio scorso davanti ai telespettatori, nella trasmissione Che
tempo che fa di Fabio Fazio, la crisi della Rai s’intreccia con quella economica e sociale del Paese in un rapporto simbiotico che va oltre la teledipendenza cronica degli italiani. Solo che qui i due soggetti – il Paese e laRai – non ne traggono alcun vantaggio, bensì un reciproco svantaggio.
Sono passati più di tre mesi da quando il Professore annunciò che nell’arco di poche settimane il governo avrebbe proweduto a riformare il servizio pubblico, rinnovando il consiglio di amministrazione scaduto ormai a fine marzo. Ma il presidente Monti, oberato evidentemente di impegni e di preoccupazioni, finora non ha trovato il tempo di mettere mano a una questione da cui può dipendere in qualche misura anche il buon esito del suo arduo tentativo di raddrizzare la situazione generale.
Questa non sarà una priorità, come ha avuto modo di dire lui stesso, ma ormai è diventata qualcosa di più: un’ emergenza nazionale. Non solo per il declino progressivo della Rai che è sotto gli occhi di tutti. E non tanto per quello che la tv pubblica fa, quanto piuttosto per quello che non fa al servizio dei cittadini e per quello che invece potrebbe fare nell’interesse collettivo.
Nel corso dell’ultimo mezzo secolo di vita italiana, la Rai è stata il principale volano e lo specchio più o meno fedele della modernizzazione sociale. Ha favorito l’alfabetizzazione di massa, con il cielo “Non è mai troppo tardi” del maestro Alberto Manzi che ha insegnato a leggere e scrivere a milioni di persone. Ha alimentato la diffusione di una cultura popolare che va – se l’accostamento non risulta blasfemo – da “Lascia o raddoppia?” di Mike Bongiorno alle letture della “Divina Commedia” a opera di Roberto Benigni, passando per la tradizione musicale e teatrale anche dialettale. Ha stimolato una crescita della coscienza civile, dal “Fatto” di Enzo Biagi alle “lezioni” di Roberto Saviano contro la mafia; dalle inchieste civili di Sergio Zavoli a quelle storiche di Giovanni Minoli e scientifiche di Piero Angela. E attraverso la pubblicità, ha indotto anche una massificazione dei costumi, non sempre e non tutta positiva, ma comunque nel complesso portatrice di benessere diffuso, di maggiore parità e uguaglianza.
Dagli anni Cinquanta in poi, insomma, la Rai ha accompagnato tra luci e ombre la crescita del Paese, contribuendo in alcuni casi a stimolarla e in altri a frenarla o a deviarla nel segno di un certo conformismo di regime. Poi, a partire dalla metà degli anni Ottanta, ha subìto l’awento della televisione commerciale e ha commesso l’errore di inseguire un’ omologazione al ribasso sul modello della “tv deficiente”: banale, volgare, violenta, incolta e spesso incivile. Da allora, si può dire che non sia riuscita più a riprendersi, smarrendo la propria identità, il proprio ruolo e la propria funzione istituzionale.
Adesso, di fronte alla crisi economica e sociale che attanaglia l’Italia e tutto il mondo occidentale, dobbiamo adottare un nuovo modello di sviluppo.
Non è più l’era dell’opulenza, del consumismo sfrenato, dello spreco. È la stessa pedagogia della crisi che impone di spendere dimeno; usare di più i mezzi pubblici piuttosto che quelli privati; risparmiare l’energia e tutelare l’ambiente. Ed ecco che la televisione – in particolare, quella di Stato – può rendere dvvero un servizio ai cittadini, diffondendo una diversa coscienza collettiva; alimentando il senso del bene comune; stimolando il rispetto delle regole; promuovendo il patrimonio naturale, i beni artistici, gli interessi culturali, le fonti alternative.
Con I’ irriverenza che lo contraddistingue, un cultore delle immagini come il fotografo Oliviero Toscani sostiene provocatoriamente nel libro-intervista citato all’inizio che “la televisione non si può riformare, dovremmo liberarcene del tutto per fare in modo che la nostra società torni a essere sana e democratica”. Ma, in attesa di questa palingenesi, il governo Monti potrebbe emanare intanto un provvedimento “Salva Rai” , per cercare di salvare il Paese anche attraverso la comunicazione televisiva.
Non si cambia I’Italia se non si cambia la tv,a cominciare proprio da quella pubblica.
sabato@repubblica. it