di Elisabetta Ambrosi per Vanity Fair
Una settimana al voto e nel paese l’impressione di una spaccatura sempre più profonda, nonostante il tentativo di tutte le forze politiche di riavvicinarsi ai bisogni del paese: da un lato i partiti arroccati in tv, spaventati dal paese reale, dalle piazze, dalla rabbia e dalla povertà che incontrerebbero uscendo dai loro fortini. Dall’altro un paese incredulo di fronte ad una campagna elettorale che potrebbe sembrare quella di trent’anni fa: il bipolarismo scomparso, il ricambio generazionale mancato, dal Pdl al Pd, l’incapacità di parlare alle persone un linguaggio all’altezza dei tempi.E cioè non nasconda la tragedia, che dica la verità delle cose, ma che sappia indicare con parole se non profetiche sicuramente carismatiche come andare oltre.
«Il mio stato d’animo è un misto di sconforto e solitudine. Un sentimento che non sento come mio personale, ma come largamente diffuso fra la gente, in tante delle persone con cui mi capita di parlare»: sono le parole di Teresa, l’elettrice protagonista del libro di Elena G. Polidori, La folla sceglie sempre Barabba. La tormentata vigilia di un elettore (appena uscito per Aliberti editore).
Teresa parla della politica italiana degli ultimi vent’anni come di «una lunghissima notte senza stelle né sogni». E di fronte alle opzioni che tra pochi giorni si troverà di fronte – ancora Berlusconi, incredibilmente, un centro-sinistra che sembra la riedizione, ma peggiorata, dell’Ulivo, tecnici del tutto incapaci di intercettare corpi e sentimenti delle persone – si trova per la prima volta della sua vita di fronte alla più grande delle tentazioni: l’astensione. Quella che definisce come «l’antipolitica che fa più paura».
Se poi Teresa ha avuto modo di vedere in questi giorni il film diRoberto Andò, W la libertà, è probabile che il suo sgomento e la sua solitudine siano ancora più grandi. Perché questo film che ti fa piangere e venire un nodo alla gola è come un colpo di reni anche per chi la passione per la politica non l’ha mai persa. Eppure ad un certo punto ha cominciato a pensare che tutto sommato non si può chiedere alla politica di rappresentare la verità e che il massimo a cui possiamo puntare è il male minore, un pragmatismo di buon livello, che non rubi troppo e sappia introdurre regole grosso modo sensate. Troppo disincanto, troppa delusione per pensare di poter andare oltre.
E invece l’irruzione nella campagna elettorale raccontata dal film di un leader filosofo, in apparenza pazzo, in realtà capace di parole consolanti e profetiche, scatena all’improvviso il desiderio di dire basta, di buttare questo cinismo che ci ha trascinato verso il fondo, che ci ha fatto perdere la speranza, ma sopratutto che ci ha resi politicamente anaffettivi, emotivamente rassegnati all’eterno ritorno dell’identico.
Perché il film racconta alcune verità fondamentali: che in politica i giochi di potere, la mediocrità ma soprattutto l’ipocrisia presto producono un disincanto così radicale che si rovescia contro chi gli stessi che si illudevano di continuare nello stesso modo di sempre.
E poi racconta ancora un’altra cosa: che per riconquistare il consenso basterebbe poco, un poco di cui però i politici che oggi ancora si propongono per il prossimo governo sono del tutto privi: non tanto la passione per la politica, parola chiave del film di Andò, ma la passione per la verità. Quell’ansia morale che spinge a cercare il bene, mai autoevidente, che obbliga a porsi dubbi laceranti, che infine produce azioni, improntate da un’etica della responsabilità, che tentino di rovesciare il corso delle cose in favore del bene.
In molti hanno gridato contro l’idea della ricerca della verità in politica, ritenendola una categoria teologica estranea al linguaggio della democrazia. Eppure proprio la filosofa più estranea ad ogni forma di teologia politica, Hannah Arendt, quella che ha sempre sostenuto che non esiste una verità con la maiuscola perché la verità è sempre confusa tra le altre opinioni, ha pure scritto che senza verità la politica scade in menzogna.
Ma sarebbe populista, questo film, se non raccontasse anche una terza verità: che la politica non è solo quella che si fa sugli scranni di Montecitorio. La politica è ovunque, la facciamo tutti noi, nel momento stesso in cui interagiamo gli uni con gli altri. La politica siamo noi, senza retorica, ma con le parole di Brecht citate nel film. «Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua». Se è vero che abbiamo un disperato bisogno di leader, è vero che il primo leader da cercare è esattamente dentro di noi: è quello che ricerca la verità e agisce politicamente, senza attendere dall’alto soluzioni che non verrebbero già in tempi normali, figuriamoci oggi. Un messaggio, questo, che forse in questa campagna solo Grillo ha saputo dare quando dice, come ha fatto ieri: «Se vuoi votarci, devi cominciare tu a difendere il territorio, la scuola, il tuo paese. Altrimenti, vota Casini».
Commenti recenti